Signore Nude – Jordan Rosenfeld

§ = link in inglese

 Ho trascorso la maggior parte della mia vita nel rifiuto del corpo di mia madre. Chiamatelo esibizionismo, il modo in cui ha sempre scoperto la sua pelle con una palese mancanza di disagio. Sono fin troppo intimamente familiare con i suoi contorni, perché sono sempre stati in evidenza; la sua pallide carne irlandese che si abbronza a un recessivo marrone spagnolo sulla spiaggia sotto una patine di olio solare; le cosce curvacee e il fondoschiona a fossette che fuoriescono dai lati di un bikini che copre a malapena; la traccia stranamente spessa di peli neri, come estesi peli pubici (su un corpo altrimenti per lo più senza peli) che strisciano dalla linea del bikini fino al ginocchio. Non pensava niente del gettare via i suoi vestiti in vista delle mie amiche. Non era raro per lei cambiare l’assorbente interno mentre io lavavo i denti, gettando la cosa insanguinata nel bidone della spazzatura, il suo odore simile al lievito che riempiva il piccolo spazio, mentre io indietreggiavo.

Recentemente, appogiandosi sul in un elegante posto per colazioni a Marin, mia madre ha spremuto insieme i suoi seni insieme, spingendoli su e fuori della sua camicetta. “Guarda queste bambine! Pensavo che le tette si sarebbe dovute restringere dopo la menopausa, ma le mie sono impazzite”.

Mi sono contorsa sul sedile, sicura che il cameriere di passaggio e la coppia di anziani al tavolo accanto ci stavano guardando con orrore. Metti via quelle cose, ho pensato. Ovviamente, perché avrebbe dovuto? È stata più tempo a tirarle fuori di quanto potessi ricordare. Nella sua foto del matrimonio con mio padre, concesso che era il 1973, la metà superiore del suo abito da sposa è in pizzo trasparente attraverso il quale i suoi seni sono chiaramente visibili.

La mia sorellastra minore, non sua figlia, ha sorriso educatamente come mia madre si prendeva il decolleté tra le mani, ma io dovevo distogliere l’attenzione dal rossore per la mia vergogna tagliando i pancake di mio figlio in pezzetti inutilmente piccoli. Fosse stata la madre di un altro, avrei potuto annuire e approvare della sua ampia scollatura, che non solo è fantastica su una donna di 64, ma è, di fatto, un’anomalia nella nostra stirpe di seni piccoli e fianchi succulenti. Ma lei è mia madre, e pur avendo io stessa 40 anni, improvvisamente ne avevo di nuovo 12, 14, 16. desiderando silenziosamente che leggesse il disagio nelle mie guance tese e le labbra strette.Ma non ha mai imparato a leggere i miei segnali silenziosi. E l’età non ha ammorbidito il suo bisogno di mostrare al mondo ciò che si trova sotto le sue superfici scolpite.

Forse è per questo preferivo mia madre come era quando andava al lavoro, vestita impeccabilmente, la sua eredità come figlia di due artist* visiv* manifesta in colori vivaci ma di buon gusto; gli zigomi alti e scuri occhi a mandorla levigati in perfezione pronta per la macchina fotografica dalla sua mano addestrata in cosmetologia. Nei miei primi ricordi lei è un turbinio di gonne profumate e trucco perfetto: la sua manna olfattiva sia confortante sia stimolante.

Eppure, la dolcezza copriva la puntura tagliente dell’alcool; il kohl artistico e le ombre del suo trucco occhi nascondevano le pupille bloccate, dono degli oppiacei, entrambi per medicare il buio dolore dopo la morte prematura del fratello. Era questa versione sotterranea di lei a cui assistevo dopo ore: risvegliata da grugniti sorprendenti, separavo la tenda tra il corridoio e la sua camera/soggiorno per trovarla invischiata in una nuda contorsione con il suo fidanzato al momento, un idraulico peloso di nome Tony, le cui natiche da lupo spingevano via verso di lei. O un successivo lampo di lei in piedi sulla porta della sua camera per parlare con me, le opache percle di sperma che le colano lungo gamba.

Quando il mio corpo ha iniziato la sua inevitabile gonfiatura da ragazza snella a donna più fomorsa, quando i peli neri hanno fatto la loro discesa lungo le mie cosce, non sono stata in grado di prendere il suo spunto per essere così libera. Non apprezzavo lo sguardo maschile sulla me stessa in trasformazione, e c’erano un sacco di uomini di mezza età attorno ai i miei genitori: spacciatori e amici con cui bere insieme, una marmaglia di poeti disillusi, accademici e artisti; che non avevano nessuna obiezione ad ammirarmi. Una volta, tra i 12 e i 13 anni, quando le prime cime dei miei seni spingevano fuori dagli orli della mia canotta mia madre ha insistito, “Fammele vedere!” Ma ho stretto i miei indumenti, come quando ha chiesto: “Ti sono gi’ spuntati i peli pubici? Posso vedere?”  Sembrava stesse valutandomi per il momento in cui sarei esplosa nella sessualità come una pesca troppo matura, forse un momento in cui sarei, per una volta, stata come lei.

Tino Rodriguez, “Anima Mundi”, olio su tavola, 16″x20″, 2008, Collezione privata

Quando, nei primi mesi del mio 14° anno il mio ciclo finalmente arrivò, più tardi rispetto alla maggior parte delle miei amiche, lei schioccoò la lingua quando ammisi che ero stata in grado di inserire il tampone solo a metà strada. Momenti dopo essermi tuffata in piscina alla nostra festa per la fine della terza media, avevo sentito il cotone gonfiarsi, una pressione sgradevole mezza dentro, mezza fuori di me, e camminando a papera sono andata in bagno per tirarlo fuori, in lacrime di orrore al pensiero che un* dei/lle mie(i) compagn* di classe l’avesse notato.

“Come farai mai a far entrare un pene là dentro, se non riesci a prendere un tampone?” chiese.

Le sue parole hanno suscitato in me un nuovo terrore che non avevo mai nemmeno preso in considerazione. Il regno dei tamponi era già un guanto di sfida abbastanza difficile, ora dovevo fare i conti con il pene? Familiare com’ero con le fessure del corpo di mia madre, ogni curva rigonfiatura, angolo umido della sua femminilità, avevo a malapena mai intravisto il membro maschile, tranne a lampi tra le corse di mio padre dentro e fuori dalla doccia e, una volta, il mio patrigno che ballava nudo per tutta la casa come se fosse divertente.

La stessa settimana dell’incidente col tampone, avevo in programma di andare a San Diego per stare con i miei padrini, la migliore amica di mia madre e di suo marito, bohémien che avevano un approccio laissez-faire verso me, mi lasciavano mangiare quello che volevo, leggere quello ho trovavo, e in generale fare quello che diavolo avevo voglia di fare.

La mia madrina lavorava durante il giorno, ma il mio padrino, “Jack”, un alcolizzato tranquillo, non lavorava affatto. Bighellonavamo intorno alla casa leggendo libri o analizzando video di MTV. Anche se l’avevo conosciuto tuuta la mia vita, quest’anno, mentre faticavo attraverso il mio primo sanguinamento, distrutta dai crampi che contraevano il mio intero l’addome, la sua presenza pseudo-paterna cambiò. Improvvisamente, la sua lode del mio corpo nel mio primo bikini, la sua presa in giro sul catturare l’occhio degli uomini sulla spiaggia, lo faceva sembrare più simile a un cane sconosciuto attorno a cui avevo bisogno di stare attenta.

Durante le notti di quella lunga settimana, dispiaciuta per me stessa e sola in un modo che avrei potuto potuto nominare, ho rastrellatro una pila di libri che lui teneva in giro, e scoperto una vasta collezione di fumetti pornografici, molti dei quali disegnato da R . Crumb: un* bambin* con seni da donna che portava in giro un pene al guinzaglio disegnato per assomigliare ad un cucciolo. Ridicoli uomini calvi con gambe rientranti uomini calvi che si spingevano in robuste donne nude formose con seni proiettile. Non potevo trattenermi dallo sfogliarli, né negare l’eccitazione bruciante nel mio giovane corpo. Eppure mi riempivano anche di una rabbia inspiegabile. La scoperta ha segnato una sorta di allarme in me: come se una voce avesse appena detto “Scappa!”  Ma scappare dove? Da cosa? Avevo la sgradevole sensazione che in me risiedessa un posto altrettano rozzo e crudo come le immagini di questi fumetti, un posto verso cui l’evidente sensualità pulsante di mia madre mi faceva cenno, e che l’atto stesso di sanguinare era la prova della sua inevitabilità. Buttai giù i fumetti e mi promisi a me stessa che non avrei mai fatto nessuna delle cose che avevo visto all’interno delle loro pagine.

E poi ho incontrato “Mick” alla festa di un(‘)amic*. Era della stessa altezza dei miei come il mio metro e 67, con i capelli biondo chiaro e una dolce spazzata di lentiggini sulla sua pelle. I suoi occhi erano il tipo sbagliato di blu: troppo pallido, come se fosse stato colpito da una malattia da bambino.

Per il nostro primo vero appuntamento dopo quella notte, Mick mi ha preso con la sua Honda CRX, ingannato e coccolato finché a quando non è stato “tette”, un termine che ha pronunciato con un ghigno fiero, intendendo suggerire caldo come una donna. Lo potevo sentire arrivare da isolati di distanza con il basso insistente dei Beastie Boys che vibrava in un ritmo non dissimile da un battito cardiaco in preda al panico.

Dove la maggior parte delle madri sarebbero state allarmate da un ragazzo più grande in picchiata sula loro figlia che la portava fuori in macchina incustodita nella notte, mia mamma non sopportava alcune discussioni. Nonostante un breve periodo in una clinica di riabilitazione quando avevo dieci anni, il mio patrigno l’aveva convinta che l’alcool non era il suo problema, e così aveva cominciato di nuovo a bere. Mia madre era una piacevole e amorevole ubriaca, ma abbassava il suo senzo del decoro a livelli trascurabili.

Un giorno Mick mi ha guidato fino alla spiaggia di China Camp, un luogo in cui mio padre mi portava, e allora io sono stata trasportata dai corridoi di fantasie di ciò che la vita con un ragazzo sarebbe stata: camminare mano nella mano lungo la sabbia, rincorrendoci attraverso l’oceano mentre raggiungeva la riva.

Invece mi condusse in un angolo segreto della spiaggia dove un tavolo da picnic segnato dalle intemperia sedeva mezzo sepolto nella sabbia come un relitto da un naufragio. Fu subito evidente che se qualsiasi pranzo sarebbe dovuto derivarne, io dovevo essere il piatto principale. Avevo visto i seni di mia madre sufficentemente spesso, una prima con larghe areole. Non portava regolarmente un reggiseno, e quindi i suoi capezzoli spessi spesso premevano ai bordi delle sue camicie. Non sembrava mai disturbarla avere il seno piccolo, ma io, con le ombre delle provocazioni della mia cotta di seconda media che mi perseguitavano, e un terrore oleoso di permettere occhi maschili in diretta sulla mia carne, mi preoccupavo che la presenza dei miei capezzoli eretti sarebbe potuta essere un segnale a Mick che ero tanto audace come mia madre. Non ero pronta perché i miei propri fianchi stretti si gonfiassero nelle sue curve. Pregavo che gli spessi peli neri che non si prendeva mai la briga di radersi dalle cosce non avrebbero popolato un giorno la mia pelle bianca. Con Mick che incombeva su di me, mi sentii come se un risveglio sessuale stesse venendo verso di me, senza alcuna possibilità di fermarlo. E perché fermarlo, quando tante altre ragazze della mia età, e mia madre, suggerrivano mi ci sarei dovuta gettare?

Quando Mick mi diede istruzioni di “stendermi sul tavolo” e poi aprì la camicia, non disse “Mio dio sei piatta”, come aveva fatto la mia amica Tawne durante educazione fisica al primo anno di superiori, ma si piegò in avanti su di me, la sua lingua caldo su ogni seno, che leccava alla maniera di una piccola bestia affamata. Immagini indesiderate mi lampeggiavano dietro gli occhi: i glutei sudati e irsuti dell’amante di mia madre; l’uomo esile che si aggrappava e immergeva nella donna amazzonica nei fumetti di Crumb. Non mi sentivo inghiottirmi nella femminilità o tuffarmi in desiderio. Potevo a malapena a definire la sensazione, lo sciatto solletico del leccare, il modo in cui sembrava piegato a un compito importante per il quale io ero poco più che una spettatrice.

Al vicino orizzonte dove l’erba cedeva posto alla sabbia che vidi un gruppo stucchevolmente dolce di fiori rosa simili a gigli che spuntavano anche per tutto il mio quartiere. Soffocando uno sbuffo di risata nervosa, mi ricordai che le chiamavamo Signore Nude.

Tino Rodriguez, “Twice Born”(Nat* due volte), olio su tavola, 16″x16”, 1997, Collezione privata

 

Pochi mesi dopo, mia madre chiese: “Vuoi andare dal(la) ginecolog* con me?”

Io non volevo.

Non volevo la sua educazione sessuale più di quanto volessi che lavorasse la sua magia nel trucco con le sue palette di fard e ombretto, da cui mi ritraevo come se fossero ombretto. In più, ero mi irrigidivo per la paura che avrebbe offerto se stessa come esempio, saltellando sul tavolo e mi conducendomi per le parti della vagina in persona.

Si arrese dopo parecchi inviti, anche se Mick e io abbiamo provato a fare sesso un paio di mesi più tardi. Quando si premette dentro, offesa da una pugnalata bruciante, le parole di mia madre una provocazione, “”Come farai mai a far entrare un pene là dentro, se non riesci a prendere un tampone?”” – io lo spinssi via da me.

Nel corso degli anni del dispiegarsi della mia sessuale dispiegarsi, mia madre continuava la sua curiosità. Una volta, quando avevo 16 anni, un ragazzo mi diede un bacio bagnato lingua addio alla porta d’ingresso. Mia madre passò accanto, tubando, “Ooh la-la, la ragazza si sta baciando” Il ragazzo smise di baciarmi e, rosso in viso, si affrettò a uscire da lì.

Quando finalmente persi la verginità, a 17 anni, la notte della mia festa di diploma, fu in camera da letto accanto alla suo. Più volte, tes* per la nostra sfacciataggine, consapevole che la mio eccessivamente curiosa madre potesse venire a bussare alla mia porta da un momento all’altro, gettavo la mano spasmodicamente, colpendo le persiane di legno con un forte colpo che era seguito dal severo zittirmi del mio ragazzo.

La mattina, mia madre sgattaiolò fuori molto tempo dopo di me e mi fece cenno a parte. “Allora … come è statoJ?” chiese con un sopracciglio alzato.

Rimaneve tra le mie gambe un lieve indolenzimento di cui non volevo parlare. Formicolando di vergogna, armeggiai con le parole sia per scusarmi per qualsiasi cosa che potrebbe aver ascoltato sia per esprimere indignazione che abbia chiesto.

Ma lei mi interruppe fuori prima che potessi rispondere, sporgendosi in così vicino che potevo ancora sentire il profumo di frutta marcia di alcool vecchio. “Mi vergogno di ammettere che non riesco a ricordarmi niente. Penso di aver bevuto un bicchiere di troppo. “

Mi resi conto per un pelo che stava chiedendo della festa, non del mio coito segreto, che probabilmente era troppo ubriaca per sentire.

Continuai il mio disgusto del mio corpo e della sua riflessione nel suo: sì, ho ereditato le smagliature, i fianchi larghi e il fondoschiena audace che sporge dalle mutande, e la scia di peli neri sulla coscia che marcia audacemente dall’osso pubico fino al ginocchio, con un fidanzato dominante al college che mi insegnò a punire il mio corpo per la sua naturale maturazione con corsa e una rigida dieta. Per lui io riducevo giù e via, mi abbottonavo in abiti conservatori e cedevo ai suoi desideri per una partner che fingeva di ricavare piacere nello spingere i confini sessuali. Dopo tre anni agonizzanti di sesso nei sedili posteriori di auto guidate dai suoi genitori, nella stessa stanza di amic* sotto una coperta sottile, in parcheggi pubblici, dove la paura di essere scopert* era l’unico modo in cui poteva essere eccitato, lo lasciai .

Avrei incontrato il mio futuro marito solo sei mesi più tardi, a 21 anni. Dopo 12 anni di matrimonio a questo uomo amorevole che non aveva bisogno che io schiaffi su la mia sessualità su come un costume, rimasi incinta di nostro figlio. E per la prima volta, il mio corpo divenne erotico per me in un modo che sembrava organico, non dettato da nessun altro. Ammiravo il mio seno improvvisamente gonfio e trovavo la parabola della pancia e la linea che si scuriva sotto di essa allettante, archetipicamente sensuale. Il mio corpo in stato di gravidanza divenne una fonte di gioia che non avevo mai creduto possibile. Desideravo sesso e mi piaceva più che mai prima. Anche mio marito mi trovava desiderabile nelle mie condizioni, il che alimentava questo sentimento, e, forse per la prima volta mi immedesimavo in mia madre e nel suo corpo. Anche lei aveva amato la gravidanza, e le foto di lei, gravida con me all’età molto più giovane di 23 anni, mostrano un ampio sorriso frastornato, con le mani che mostrano con orgoglio il suo nuovo girovita, la testa rovesciata all’indietro in esultanza.

Dopo la nascita di mio figlio, ho preso ad allattare al seno con lo stesso ardore che avevo apprezzato durante la gravidanza, e ho scoperto che anche in questo potevo bypassare. A differenza della ragazza che ero stata i cui minuscoli seni esposti mi mortificavano, ora gioivo nel nutrire il mio bambino. Anche se ho avuto educare mia madre per farla smettere di dire che il bambino voleva “un po’ di tette” quando cridava, finalmente mi sentivo come se non avessi nulla da temere nei confronti del corpo di mia madre o del suo controllo perché il mio non era più misterioso.

La nascita di mio figlio mi ha aiutato a vedere che non ero in guerra con il corpo di mia madre in se stesso, di cui, tranne per l’altezza da parte di mio padre, il mio è tutto un clone, ma con la sua incapacità di tenere il suo corpo e la sua sessualità per se stessa. Non ho articolato questo fino a quando non avevo quasi 30 anni, dopo anni di disprezzare la mia stessa pelle. Da allora sono arrivata a vedere la mia propria sessualità tenuta saldamente e modestia giovanile come uno scudo contro la sua, tirarmi indietro e lontano dalla sua costante intrusione.

Più di 20 anni di sobrietà le hanno dato alcuni confini che non aveva quando ero bambina, anche se sento regolarmente della sua perdita o guadagno di peso, in particolare per quanto ha un impatto sulla sua taglia di reggiseno, e della sua vita sessuale. Fortunatamente, l’età adulta significa che non sono più costretta a vivere sotto il suo scrutinio, anche se io ancora mi trovo a sforzarmi per vomitare i miei scudi virtuali quando siamo insieme, sempre in bilico in previsione di un tentacolo a tentoni di intrusione.

Dopo aver svezzato controvoglia mio figlio all’età di due anni sono tornato a casa nel mio corpo anche più di prima, come se avessi portato alla luce una capsula del tempo, trovandolo completamente diverso da quello che avevo in mente prima del suo concepimento. Ora, non era né nodoso, goffo e piatta, né carnoso e ripugnante, ma una via di mezzo da cui stavo imparando a trarre conforto.

Al suo meglio, non dovrebbe il corpo di una madre essere proprio questo: un paesaggio di conforto per un/a bambin*, un posto per nutrire i recettori della pelle affamati con tocco sicuro? Può offrire a un bambino la capacità di distinguere tra le persone: quest* sono io, quest* sei tu, e solo tu dovresti decidere la distanza tra noi.

Fonte: The Sunday Rumpus Essay: Naked Ladies – Jordan Rosenfeld | The Rumpus, 12 ottobre 2014

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