Sì, è possibile essere queer e musulmana

La gente pensa che l’Islam e l’essere queer siano contradditori, ma entrambi sono profondamente intrecciati nel tessuto di chi sono io

Antonio Guillem per Shutterstock/Salon

Sono eccitata per questo appuntamento, lo sono veramente.

È stato un po’ dal mio ultimo crepacuore, e la mia migliore amica ha personalmente assunto il compito di decidere per me che è il momento di andare avanti. Mi ha urlato verso di scaricare Tinder, mi acclamato mentre mettevo insieme un profilo. Mi ha incoraggiata a scorrere a destra un paio di volte, parlare con le donne con cui ero abbinata. C’è voluto un po’, ma sto iniziando a farmi coinvolgere. E ora sono eccitata per questo appuntamento.

Lei è salita in cima alle mie cotte su Tinder, questo appuntamento. Le battute – una componente essenziale di tutte le mie cotte – sono state elettriche, e lei è intelligente e divertente e splendida oltretutto.

Ci incontriamo per un gelato, e lei è un po’ in ritardo. Scruto le facce che passano alla ricerca di somiglianze con le foto che ha su Tinder, volendo individuarla prima che lo faccia lei. “Cercare il hijab,” le avevo detto, un po’ ansioso di rivelare cosa c’è sotto i cappelli e i caschi nelle mie proprie immagini. “Sono difficile da mancare.” La sua risposta disinvolta – né feticcizzante né sorpresa – mi mette a mio agio. Sono eccitata per questo appuntamento.

Tranne che.

Tranne che avvistiamo l’un l’altra allo stesso tempo, ci scambiamo uno sguardo timido e saluti veloci prima di ordinare, ci sediamo con i nostri gelati, e la sua seconda domanda per me è: “Allora. Dimmi, Lamya. Come fai ad essere queer e musulmana allo stesso tempo?”

Sempre, il tranne che.

Questo accade così spesso che ho una strategia. Per le ragazze bianche di base senza alcuna finezza, per le donne nei locali per lesbiche che chiacchierano del più e del meno, per coloro che non hanno speso alcun tempo per conoscerme e sono, ovviamente, non investit} nelle mie risposte. Per accantonamenti veloci, per andare avanti.

Il copione è qualcosa come questo. In primo luogo, un’indulgenza: un piccolo rotolamento di occhi privato. Quindi, la risposta di repertorio. Che essere queer e essere mussulman* non si escludono a vicenda, che l’Islam non è un monolite, che il mio Islam è espansivo e il mio Dio, capiente. Che nemmeno queer, è un monolite, ci sono modi diversi di essere queer, diverse narrative che non rientrano esattamente nei modelli occidentali di fare coming out e di nidificare in nuclei familiari che replicano l’eterosessualità. Che la gente deve smettere di feticcizzare quell* di noi che vivono in queste intersezioni apparentemente impossibili, che il mio essere queer e il mio essere mussulmana non hano bisogno di essere riconciliati perché sono così profondamente invischiati, così profondamente parte di ciò che sono.

Con il tempo ho finito di educare, sono stanca e il mio interesse è svanito. I tentativi successivi di battute si sentono vuoto, e, dopo che una quantità appropriata di tempo è passato, uso il lavoro come scusa e esco di scena.

***

È tardi, quando mi chiama una notte, il mio amico. Di punto in bianco, e un po’ dopo l’ora cortese di chiamate telefoniche. Suona una volta e riaggancia. Ho fatto i conti con queste chiamate da lui tante volte nel corso della nostra amicizia da sapere di rispondere immediatamente quando lui chiama di nuovo, prima che possa cambiare idea. Il suo respiro si ferma a ciao, e questo è il mio spunto per prendere in consegna la conversazione. Mi rannicchio sul divano con il mio telefono, mi stabilisco nella penombra del mio salotto, divago sull’irrilevante e sul quotidiano fino a quando lui è pronto a parlare.

Viene fuori lentamente. Che suo padre è malato. Che ha appena finito una telefonata con la madre, ci sono stati commenti maligni sul suo ex-ragazzo e livelli pesanti di sensi di colpa. Stai pregando, sua madre ha chiesto. Stai leggendo il Corano, se l’avessi fatto volesse avresti saputo la differenza tra giusto e sbagliato. Lui è arrabbiato e stanco, ma per lo più solo stanco. Della presunta causalità tra la sua omosessualità e le sofferenze della sua famiglia, dei silenzi e dei non essere in grado di replicare, del lasciare scivolare le cose in nome della compassione. I suoi genitori sanno almeno che sta male, che lo stanno ferendo, che lo stanno guidando lontano dal conforto che ha trovato nella religione. Le sue parole si trasformano in lacrime, e mi ritrovo a piangere con lui, per il conosciuto.

Tranne che.

Tranne che mentre le lacrime si esauriscono nel silenzio che siede comodamente tra di noi, una domanda quieta: “Come fai tu, Lamya? Come sei queer e musulmana, allo stesso tempo? “

A lui non posso mentire, il mio amico. Che è stato lì per me nei momenti difficili, per cui io ci sona stato per i momenti difficili, che sa cosa vuol dire lottare con l’essere queer, con l’essere musulman*. Lui, mi rifiuto di accantonare con facili risposte di repertorio, non non posso accantonare con facili risposte di repertorio, perché qui è la cosa: io in realtà non le ho per me stessa.

Parte di questo è l’idea di risposte, in primo luogo. Come se fossimo esseri statici che hanno bisogno di aver capito tutto, che possono solo vivere e amare una volta che abbiamo capito tutto, non lasciando alcuno spazio di crescita o indagine critica o apprendimento. Queste sono le risposte che non voglio mai avere.

Ma qui ci sono alcune cose a cui sono arrivata. Qui ci sono alcuni modi in cui ho trovato possibile essere queer e musulmana allo stesso tempo, qui ci sono modi in cui ho trovato possibile essere.

Che il mio essere queer e il mio essere musulmana sono troppo profondamente intrecciati per me perché io scelga tra di loro, li veda come se si escludessero a vicenda. Non ho bisogno di un imam per dirmi questo, per dirmi che posso trovare conforto e gioia in entrambi. Non ho bisogno di spiegazioni per i versetti coranici e le hadith che sono spesso citati come dicendo il contrario. Non per dire che non ho studiato attentamente tutte le spiegazioni e l’ermeneutica e i tentativi di rendere queer il Corano che ho incontrato, e l’ho fatto, e alcuni sono convincenti e alcuni non lo sono decisamente, alcuni sembrano forzature, come giocare con le parole. Ma ciò che questo processo mi ha insegnato è che un testo è un testo è un testo. I testi vengono con contesti e interpretazioni ed è possibile prendere quello che mi parla e lasciar andare il resto. Per contare, invece, sulla mia fede, sulla mia pratica. La mia fiducia nella giustizia, nella misericordia.

E allo stesso modo, estendere tale misericordia verso gli altri, le mie comunità musulmane in particolare. Non ho bisogno di rinunciare alle mie comunità, non posso biasimarle del tutto per la loro omofobia informale in un mondo che è omofobo. Quando tradizionali politiche LGBT omonazionaliste sono stati utilizzate per emarginare ulteriormente le mie comunità, dipingerle come “arretrate” e giustificare l’occupazione. Non ho bisogno di difendere il motivo per cui continuo a tornare alla mia moschea, non ho bisogno di nominare le estasi spirituali e il senso di connessione che derivano da questo spazio imperfetta, questa comunità imperfetta. Questa comunità imperfetta che lotta con l’omofobia, ma anche con l’anti-neri e la misoginia, che allo stesso tempo sta combattendo sorveglianza e profili razziali, guerre nel nome di salvarci da noi stessi, patrie pestate da droni. Questa comunità imperfetta che son investita nel lottare sia con sia contro.

 Che non ho bisogno di mettere in atto il mio essere queer in modi che sono comprensibili: per gli eterosessuali, attraverso il matrimonio, attraverso il sostenere la determinazione biologica dell’omosessualità. Che non ho nemmeno bisogno di mettere in atto il mio essere queer in modi che sono comprensibili per le persone gay: non ho bisogno di togliermi il mio hijab, non ho bisogno di fare coming out a meno che non lo voglia. Non con i miei genitori, non con conoscenze casuali, nemmeno con tutti i miei amici.

Invece, quello che mi serve, quello che trovo non posso vivere senza è la comunità. La comunità queer musulmana, in particolare: famiglie scelte che comprendono persone che mangiano insieme e protestano insieme, che possono essere queer e musulman* senza dover difendere, spiegare, giustificare. Iftar ogni giorno durante il Ramadan e la lettura del Corano insieme e gite in spiaggia a bizzeffe. Persone che mi solleveranno dopo una brutta rottura, persone a cui posso rivolgere per supporto, perché si sono rivolte a me per supporto. Persone che definiscono ciò che è mettere in atto l’amore.

Non fraintendetemi, ci sono ancora giorni in cui l’atto di vivere, il futuro, tutto sembra impossibile. Giorni in cui casuali parole caustiche bruciano in profondità, giorni di pianti segreti sulle scale, quando è più facile dire tutte le cose giuste che a crederci, giorni che sembrano insostenibile ed estenuante. Giorni in cui è più facile sognare di modi più semplici per uscirne, di tagliare legami e assimilarsmi, o cedere e fingere.

Ma ci sono anche giorni che ronzano con possibilità rivoluzionarie: strutture di parentela alternative e Islam radicale e sogni di comuni musulmane queer. Sono questi giorni che ne fanno valere la pene alla fine, giorni che consentono di essere queer e musulmana allo stesso tempo, di lasciar andare i tranne che, di soltanto essere.

Di cui racconto, al mio amico. E invece di sfinimento, sento solo sollievo.

Lamya H è una scrittrice queer musulmana che vive a New York. Il suo lavoro è apparso in Black Girl Dangerous, Autostraddle, The Islamic Monthly e Tanqeed. Questo pezzo è stato scritto al Lambda Literary Writing Retreat 2015.@lamyaisangry

Fonte: Yes, it’s possible to be queer and MuslimLamya H | Salon, 2o luglio 2015

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