Padrona della sua musica: Santigold aggiunge un secondo album al suo portfolio

Cazz Blase ascolta Master of My Make Believe e trova una coinvolgente gamma di influenze musicali e mix di stati d’animo, dal croccante ed energico al calmo inno

 

§ = link in inglese

Con un background in A&R, produzione, composizione e punk rock, insieme a un particolarmente eccellente album di debutto a cui essere all’altezza, le aspettative sarebbero state sempre alte per questo secondo album di Santi White, altrimenti detta Santigold.

Sono passati quattro anni da quando il suo debutto omonimo, un album che l’ha vista essere soprannominata “la regina di tutto il pop nel 2008” da NME e “Una stella in divenire” dal The Guardian (questi appoggi adornano utilmente l’adesivo che si aggrappa al CD ) vomitando luccichini sulla guaina del suddetto album. Dal momento che l’album era un devastante mix di chitarre, macchine da batteria, campioni e atteggiamento post-punk, la custodia aveva un’aria stranamente appropriata.

Buono a sapersi che il seguito Master of My Make Believe è un degno successore.

L’album si apre con GO! e in pochi secondi l’ascoltat* sta correndo per tenere il passo. Questa è una dichiarazione di intenti per ballare. Testi da fucile da caccia vengono consegnati in una maniera post-punk staccata: “People want my power, and they want my station. Stormed my winter palace, but they couldn’t take it.” (La gente vuole il mio potere, e vuole la mia stazione. Preso d’assalto il mio palazzo d’inverno, ma non è riuscita a prenderlo.) Ha rubato il mio palazzo d’inverno, ma non potevano prenderlo. “ Questa canzone è stata tra quelle trapelate on-line lo scorso anno e presenta un’enorme, imperiosa e gelida Karen O (Yeah Yeah Yeah, Karen O e The Kids). È un ottimo tour de force con viziosi, martellanti battiti da non ignorare o negare.

Il primo singolo Disparate Youth è croccante ma colpisce ad un ritmo più facile. I campioni di chitarra minimalista post punk accrescono l’umore di irrequietezza: “They said our dreams would carry us, if they don’t fly we will run” (Hanno detto che i nostri sogni ci trasporteranno , se non volano correremo) e “They know that we want more, a life worth fighting for” (Sanno che vogliamo di più, una vita per cui valga la pena combattere), suggeriscono una generazione più giovane che parla con una generazione più vecchia, con toni un po’ stanchi del mondo. Rimanda a State of Independence§ di Donna Summer, senza l’ottimismo evangelico. O forse un incrocio tra ‘State of Independence” e Ghost Town§ di The Specials per l’età moderna. Il video può essere solo descritto solo un incrocio tra Indiana Jones e Il signore delle mosche. Fatene quello che volete.

L’impresa impressionante dal punto di vista sonoro è la seguente God from the Machine. Questa traccia presenta una ritirata militare nitida da una macchina a percussioni, che a sua volta crea un senso di disagio su una serie di livelli. C’è qualcosa di quasi clinicamente preciso su gran parte di questo album. In particolare questa traccia, che forse è intenzionale: si chiama ‘God from the Machine‘ (Dio dalla macchina), dopo tutto. Mentre il basso scoppiettante appartiene più ai Sonic Youth o ai Pavement che quanto potrebbe mai appartenere a banda militare, è quasi sepolto sotto il fuoco della fila di tamburi.

La più giocosa Fame (Fama) è la prossima ed è una vicenda deliziosamente saltellante. Un saggio molto moderno sull’ultime droga (che è ovviamente la fama) crea un brano che è liricamente affilato come uno spillo divertimento tagliente e musicalmente un bel divertimento. Il divertimento continua con Freak Like Me (Eccentric* come me), che inizia come una Missy Elliot vecchio stile, poi va tutto MIA, mentre in qualche modo dà l’impressione di essere una Lady Leshurr più riservata. Lo scontro è straordinariamente efficace e questa sarà una definitiva vincitrice sulla pista da ballo, una volta che accetti che non è un’altra variante del celebre mash up di Gary Numan e Adina Howard.

This Isn’t Our Parade (Questa non è la nostra parata) è, invece, più introspettiva e più calma nell’umore e nel suono. C’è uno spazio maggiore nella musica ed è tranquillamente un inno all’estrane* in piedi in disparte, a guardare la storia di qualcun(‘)altra. I battiti palpitazione imitano un battito cardiaco e le melodie della tastiera tessono delicatamente dentro e fuori, aumenta la sottile intensità emotiva.

The Riot’s Gone (La sommossa se ne è andata) continua questo senso di introspezione e, insieme con la traccia dopo The Keepers, è una contendente per inno del 2012. Mentre il testi può essere letto come masochista a livello individuale, può essere letto come stranamente appropriato quando applicato oltre una donna e proiettato sulla società: “Oh take me on, let me go all day, Just beat it til I know, ‘Til I know that, the riots gone, the riots gone away” (Oh affrontami, lasciami andare tutto il giorno, Sparisci e basta finché non so finché non so che la sommossa se ne è andata, la sommossa se ne è andata via). Se avete marciato nel Regno Unito il 30 novembre dello scorso anno, se avete marciato contro le tasse universitarie nel 2010 o se avete votato Liberal Democratici nel 2010, questo riassume perfettamente la sensazione di vuoto e di frustrazione all’interno. Le/i lettrici/ori negli Stati Uniti (patria di Santigold) avranno, mi aspetto, i loro equivalenti politici, come mi aspetto li avranno i/le lett* in Spagna, Grecia, Francia, Egitto e innumerevoli paesi in tutto il mondo.

Pirate in the Water segue questo senso di sconsolamento con un dub delizosiamente spaziale, fornendo una sorta di smorzattore di raggiungere The Keepers.

Se The Riot’s Gone è sconsolament, The Keepers è Kids in America di Kim Wilde riscritta come insoddisfazione apocalittica: “We’re the keepers, while we sleep in America, our house is burning down.” Questo è il prequel di The Riot’s Gone, il fuoco prima del diluvio e la rabbia prima della rassegnazione, con tamburi che si impennano a metà tempo che ricordano Running Up That Hill di Kate Bush. Se Running Up That Hill suona come uno strano punto di riferimento, le lettrici e i lettori potrebbero voler tenere a mente che My Superman, un brano dal primo album, era interamente basato su Red Light una canzone di Siouxsie and the Banshees dal 1980. (Se si ha familiarità con l’originale è molto evidente dopo pochi ascolti, ma [ anche riconosciuto anche su Wikipedia§.)

Con questa gamma di influenze musicali e di immaginazione, è un vero peccato andare ad ascoltare Look at These Hoes (‘Guarda queste troie’). Cosa stava pensando Santi? È come Missy Elliot incontra Peaches con la spavalderia di rap gangster e Diva di Beyoncé. Questo suona certamente abbastanza bene sulla carta, ma in realtà è molto deludente. Deludente nel suo uso della parola troia, deludente nella sua mancanza di originalità, deludente, deludente… Il rap gangster è stato uno dei tanti abomini a rovinare gli anni ’90. Veramente vogliamo un ricordo?

L’utlimo brano Big Mouth (Grande bocca) vede le cose tornare in pista e sciama nelle vostre orecchie come una vespa arrabbiata. Presenta la caratteristiche parole a raffica e costituisce un impressionante secondo singolo, anche se sembra di leggere come un lungo insulto a rivali pop di Santigold, come Lady Gaga. Si può ballare ha un certa energia furiosa ma, mentre è divertente piuttosto che amareggiato, che manca un po’ il morso di atti moderni energetici e inventivi come Barbara Panther.

Nel complesso questo è un grandissimo album, con una traccia scadente e un paio di semplicemente buoni, tra un portafoglio eccellente nel complesso. Ancora è solo maggio, ma questo è sicuramente un concorrente per l’album dell’anno.

Fonte: Master of her own musicCazz BlaseThe F Word, 29 maggio 2012

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