Verso una lotta – Alexandria Marzano-Lesnevich

§ = link in inglese

La mattina in cui il mio portone si chiude congelato, decido di trasferirmi dal Massachussetts a New Orleans. Tre anni sono passati dll’uragano Katrina, due da quando sono a disagio ho fatto coming out come gay, quando mi sveglio una mattina di febbraio per scoprire che il tubo di scarico sul tetto si è storto durante la notte, rilasciando la sua acqua non innocuamente lungo il lato della casa, ma attraverso la mia porta di casa, chiudendola sotto uno spesso lenzuolo bianco di ghiaccio. Dalla finestra vedo che è senza speranza, ma ci provo comunque. Un phon, un coltello, il mio corpo gettato contro di essa. Nulla. Mentre il mio cane piange ai miei piedi per uscire, e mentre aspetto che arrivi l’uomo della manutenzione  con uno scalpello, decido: mi trasferirò.

Mi trasferirò anche se c’è finalmente una ragazza nel mio letto, una ragazza alta con i capelli tagliati corti e grandi seni che sceglie di non appiattire, anche se i tagli dei vestiti maschili che preferisce si tendono su di essi. Da dietro, Kris sembra un ragazzo; dal fronte, i suo seni la tradiscono. Anche ora che sensazione danno le pendici del suo corpo nude, la oltrepasso ancora qualche volta per strada se è di schiena. Allora il mio cervello registra solo un ragazzo alto e slanciato in una giacca dei Red Sox, forse uno studente presso una delle università locali. Un ragazzo, forse in attesa di una ragazza.

La ragazza che sta aspettando si veste ogni mattina, raggiugendo da dietro la zip un abito, facendo scivolare un piede in una scarpa col tacco, lisciando il mascara sopra le ciglia. Nessuno mi scambierebbe mai per un ragazzo; mi assicuro di questo. Mi assicuro di che se ho cominciato a pensare, sospetto nel mio stomaco come un topo, che sarei più felice se mi fermassi, che la devozione con cui quotidianamente applico il rossetto ha qualcosa a che fare con lo stare al sicuro, con quanto disperatamente non voglio essere gay. Sono abituato a tali sentimenti intrappolati. Sono una scrittrice che non scrive. Ho una laurea in legge anche se non ho mai voluto essere un avvocato. Gay e vivendo nel quartiere più gay in una città gay nel primo stato a legalizzare il matrimonio gay, ancora non riesco a entrare in un bar gay, non perché non voglio, ma perché poi le persone all’interno saprebbero che sono gay. Nuda, tra lenzuola bianche, a letto con la ragazza che sembra il ragazzo che penso ancora nel mio cuore silenzioso che dovrei frequentare: questo è il mio unico rifugio, il corpo sopra l’estenuante, dubitante cervello.

E così, quando la porta si blocca, la metafora è troppo letterale perché la manchi. Sono bloccata. Quando l’uomo con lo scalpello arriva, prendo la frantumazione del ghiaccio come la frantumazione necessaria di qualcosa d’altro. Trovo un(a) subafittuario/a per il mio appartamento, mi assicuro un periodo di aspettativa dal mio programma di scrittura post-laurea.Saluto la ragazza che sembra un ragazzo, dico che anche se mi mancherà ho bisogno di andare. Carico il mio cane da ottantacinque chili e il mio gattino da sette chile nella mia decapottabile, e la chitarra che non ho mai imparato a suonare, ma ho sempre voluto, e insieme ci siamo messe in viaggio. Da qualche parte nella Nord Carolina rurale una gomma va a terra. Da qualche altra parte nel Nord Carolina rurale il sistema elettrico nella mia macchina se ne va in una tempesta di pioggia nella notte. Da qualche parte in Alabama il gatto si ammala, e poi il cane si ammala, e poi anch’io mi ammalo. Quando arriviamo tutti e tre siamo affamati, siamo stanchi, puzziamo e bisogno di bagni e sonno. Ma arriviamo a New Orleans.

*

“Chi si trasferisce a New Orleans dopo l’uragano Katrina?” chiede un uomo che conosco a Boston, quando chiama per dire ciao e invece apprende che mi sono trasferita a metà strada in tutto il paese. “Chi si trasferisca al Sud dal Nord quando sono gay?” Anche se sono a New Orleans da tre settimane ho risposte. Una donna che chiamerò Dee, per esempio, che ha lasciato la sua ragazza di otto anni e l’incarico di ruolo accademico per cui aveva passato la sua vita a formarsi per venire qui per una borsa di studio esplicitamente temporanea. Nessuna macchina, nessuna assicurazione sanitaria, nessun passo successivo e nessuna partner. La mossa non ha senso, ma Dee ha trovato una casa con piscina in affitto in uno dei famosi palazzi del Garden District, può dirvi dove le migliori jazz band sono ogni notte e dove per prendere il miglior sno-ball§, e ha imparato a guidare la sua bici sopra le tracce del tram tracce senza cadere. Lei è più felice di quanto sia mai state, dice.

E ce ne sono altre. Meg è una post-dottorato, una filosofa bassa che ancora non ha finito la sua tesi, anche se sono passati otto anni. Altri due e la sua scuola smetterà di contare i suoi crediti e perderà il suo lavoro. Suo padre morto da tempo, la madre si trova in una piccola città del Texas, sprofondando lentamente ulteriormente nella foschia dell’Alzheimer, mentre Meg si scola bottiglie di birra Abita e cerca di immaginarsi sia senza lavoro e senza genitori. E Michelle. Alta e atletica, con bicipiti tagliati come cavo elettrico, Michelle ha lasciato un posto alla Air Force per lavorare con FEMA per ridisegnare il sistema scolastico di New Orleans. FEMA, che tutti odiano. FEMA, una parola non puoi dire in un bar senza che qualcuno ti guardi come avessi rubato la sua birra, se avessi rubato tutta la birra in tutta la maledetta città. Soprattutto non la puoi dire che nella nostra folla. Don’t Ask Don’t Tell ha fatto nascondere Michelle nella Air Force. Ora, quando si mette su una canotta per mostrare i suoi bicipiti anche la sua sessualità si mostra, in un tatuaggio fatto in casa del simbolo femminile cerchio-e-croce con strisce in colori arcobaleno a macchie. Qui può indossare la sua identità sulla sua pelle, ma non può dire a nessuno dove lavora.

Ed io. In questo gruppo di persone in fuga da  una storia per farne un altra, trovo una casa. Smetto di indossare gli orecchini, il mascara, il rossetto. Compro una cravatta e poi ne compro un’altra. Quando incontro un Testimone di Geova nascosto, io sono quella che trascinarlo nel suo primissimo bar gay. Non ci sono bar per lesbiche qui, nessun posto in cui mi dovrei aspettare di sentirmi a mio agio, e in qualche modo questo mi fa più coraggiosa. Usando un sito internet, inizio un club sociale per lesbiche. Al nostro primo incontro, ci siamo solo io, Dee, Meg, e Michelle, e sollevare i nostri bourbon a vicenda e facciamo shcerzi volgari e io finisco per andare a casa con Dee. Ma il mese successivo appaiono sconosciute. La parole si è diffusa. Un altro mese e ce ne sono così tante di noi che ci muoviamo in un bar con una terrazza. La terrazza è allineata con candele che sono state incollate a immagini di santi morti, e mentre ridiamo, nuovo amiche, sconosciute, tutte rifugiate insieme in questo luogo, la luce dalle facce dei santi cattura i nostri sorrisi, gettando i nostri volti per metà nell’ombra .

*

Ogni notte, porto a spasso il cane in quella che i fotografi chiamano l’ora d’oro, il tempo proprio dopo il tramonto, quando il sole si rifugia dietro la terra e la sua luce soffusa si diffonde in tutta la terra come una sorta di grazia. Amo la tranquillità dell’ora; amo la possibilità di camminare con calma e silenzio in questa città slow che è raramente calma. C’è anche un profumo dolce che riempie l’aria poi, e mentre in un primo momento ho pensato che fosse la mia immaginazione, il mio amore per la città che crea ricordi sensoriali dove non ce n’era realmente nessuno, il profumo è reale, i fiori di gelsomino a fioritura notturna in tutta la città che aprono i petali proprio mentre il sole tramonta.

Lungo la strada dal mio appartamento, c’è un palazzo color pesca dietro un’alta recinzione di ferro battuto. Vivo al confine tra quartieri, in un appartamento stile ferrovia§ che apparteneva a squatter e prima ancora era l’alloggio per la servitù, ma io porto a spasso il mio cane tra le grandi case del Garden District. Il colore della casa pesca, sgargiante alla luce del giorno, si ammorbidisce a quest’ora finché non è perfetta contro il cielo rosa striato; sembra un set scelto da un(a) scenografo/a.

Anche le scure punte grigie della sua recinzione diventano vellutata nella luce. Ho trascorso un’estate qui a New Orleans cinque anni fa, e ho vissuto nel Garden District ai cui margini vivo adesso, ma non mi ricordo così tanti di recinti al tempo, forti e appuntiti. Ogni casa ora sembra la sua propria fortezza, non sulla scia di Katrina, con i suoi venti e acqua che nessuna recinzione avrebbero frenato, ma sulla scia di quello che è successo dopo alla gente di questa città. Ci sono stati saccheggi. Ci sono stati omicidi. Il crimine che aveva sempre caratterizzato parti della “città omicidio” si sono diffuso oltre le coagulate shotgun house§ nella terra dei palazzi. L’effetto è stato difficile, New Orleanian contro New Orleanian, ovunque una minaccia, ma è stato anche unificante. Il crimine non era più qualcosa da affrontare per metà della città. È diventato il problema di tutti, il dolore di tutti.

In seguito, alcuni giornali avrebbero scoperto che l’ondata di criminalità non era stato uguale, dopo tutto, che, mentre era vero che erano morte alcune persone in quartieri bianchi, molti/e più nere/i erano morte/i. Articoli sono stati retratti; pestaggi segnalati si sono rivelati non aver lasciato lividi. La paura si è rivelato parte di un’allucinazione collettiva causata dall’incertezza lasciata dopo la tempesta, paura del mondo perdigiorno sollevandosi mentre le voci si diffondevano.

Ma c’erano ancora i morti. I morti lasciati dietro corpi. Non tutto èra immaginato. Ora New Orleans è tornata in un picco di omicidi.

Un po’ più in giù lungo la strada, ombreggiato dalle cime frondose degli alberi curvati, c’è il cimitero, visibile da isolati di distanza per le sue cripte sopra di tutto. La città si trova sotto il livello del mare, il che significa che l’acqua vuole sempre salire. Cadaveri sepolti non rimangono così. Quindi devono essere sepolti in superficie, tra i vivi. Quando guidi fuori da New Orleans sulla strada principale, la Highway 10, la pavimentazione piomba sopra i quattro più grandi cimiteri e c’è un momento in cui i tetti bianchi spioventi delle cripte foderano l’orizzonte sotto di te davanti, dietro, a sinistra, e a destra. Da bambina guidavo in un’attrazzione del parco giochi in una macchina progettata per assomigliare ad una piccola nave. La vela mi ha travolto sopra la città di Londra da casa delle bambole, piccolo tetti spiovanti sottostanti, stelle punture di spillo scintillanti attraverso il panno nero sopra. Ero un gigante, ero per sempre, non ero da nessuna parte e sono volata all’Isola Che Non C’è. L’effetto dei cimiteri è come quello. Per un momento nel cielo New Orleans appartiene ai morti sopra cui navighi, quelli che giacciono sotto i tetti bianchi spioventi, la cui assenza di vita dura più a lungo di quanto possa farlo la tua vita. Giaceranno fino a quando non ti unirai a loro, giaceranno lì quando lo farai, e insieme giacerete tutti sepolti per più lungo ancora.

Poi la strada scende di nuovo sulla terra verde, e l’illusione si frantuma.

*

Il cimitero in questo quartiere è più piccolo e ha viali tra le case di cemento, ciascuna con una porta d’ingresso, come se fosse lì per la visita, un posto per lasciare i fiori. A volte vedo coppie che passeggiano mano nella mano, con macchine fotografiche appese al collo. Eppure, io non porto a spasso il mio cane attraverso di esso. Penso che le sia permesso, ma la preoccupazione (il suo senso dell’olfatto, resti umani, quanto tempo è troppo a lungo per qualsiasi cosa a durare?) mi fa venire la nausea. Invece la porto a spasso lungo il viale alberato che confina con il cimitero, così possiamo visitare l’artista che vive in un piccolo cottage in diagonale rispetto alle case dei morti.

L’artista sta morendo. Ora ha bisogno dell’ossigeno a tempo pieno ora, piccoli tubi traslucidi che sporgono dalle narici, il contenitore d’argento che lo lo segue come un devoto animale domestico. Ma le porte del suo studio sono aperte, e lui lavora ai suoi lunghi tavoli fino a tarda notte, chino sotto la luce artificiale. Quest’uomo crea sculture in metallo di fiori che sono, per l’occhio, indistinguibili da fiori veri. Ha vissuto qui per decenni, da solo, e ha lavorato sui suoi fiori qui per decenni. È un’istituzione nel quartiere, e quando un mio amico architetto viene a farmi visita da Boston, lo porto a vedere l’artista.

Camminiamo al cottage una domenica mattina, con calde tazze di caffè in mano. Il cimitero brulica di turisti, le loro voci forti che riecheggiano dalle cripte. Non sono mai stata prima a visitare l’artista la mattina e non l’ho mai visto così malato. La sua pelle mi ricorda un elefante di origami che ho visto una volta, la carta spessa ripiegata ancora e ancora fino a che non ha perso la sua rigidità e imparato a afflosciarsi. Lui è del colore della carta. Lui si affloscia. Sorride quando ci vede, però, e ci dice di entrare, entrare. Per la prima volta, varco la soglia del suo studio. E quello che dice dopo, dice guardandomi negli occhi, quindi mi chiedo quante volte lui mi abbia guardato quando ho pensato che solo io lo stavo guardando. Quante volte sono passata davanti con Dee. Vuole raccontarci di come è New Orleans, e come era. Di crescere qui, viviere e morire qui, “Gay”.

Al suono della parola mi ritraggo un po ‘e sono sorpresa di scoprire quella reazione ancora in me. Ho vissuto apertamente, ma a quanto pare sono ancora più felice quando la parola per quello che sono, non viene detta. Il mio amico architetto è un uomo con cui andavo a letto, subito dopo aver fatto coming out. Quello era quanto intensamente avrei voluto non essere gay: quando finalmente ho detto la parola ad alta voce, ho dovuto fuggire da essa. Mi amava, il mio amico. È diventato il mio rifugio. In piedi nello studio dell’artista, mi rendo conto di essere cambiata. Ora so che quest’uomo resterà il mio ultimo amante maschio. So che non è possibile scappare da chi sei per sempre, e che ho finalmente finito di fare così.

*

Ogni sera, un uomo con addosso un completo Mylar argento con un cuore di feltro rosso appuntato al petto passa in biciclette di fronte alla mia veranda e mi solleva il suo cappello di latta d’olio. Io sollevo il bicchiere di vino con cui mi piace sedere la notte verso di lui e annuisco. Anche ripetuto sera dopo sera, questo momento non smette mai di sembrare un piccolo regalo improbabile. Io respiro meglio, qui in questa strana città. Sto respirando. Mi sto innamorando delle cadenze della città. E come l’amante che cerca di piacere e persuadere, la città sembra organizzare per coincidenze necessarie. Quando accetto di andare con un(‘)amic@ per uno spettacolo al centro, l’altra ragazza nel texi, la ragazza non conosco, è carina: lisci capelli marroni dal taglio trasandato, dalla figura sottile e dinoccolata e tranquilla con il mondo.Lei è il tipo di ragazza che con cui mi piacerebbe uscire, ma è il tipo di ragazza che non esce con ragazze che ci provano troppo come me. È venuta qui un anno faa febbraio per Carnevale, guidando con un’amica dalla sonnolenta cittadina dove aveva vissuto. Hanno parcheggiato la loro auto alla periferia del Quartiere Francese e camminato dritte verso Bourbon Street, non volendo perdere un minuto. Poi hanno notato una folla di persone più in giù per la strada. C’era qualcosa nella sua energia, turbolenta, frenetica. Una lotta, hanno pensato. Si sono direttw verso di essa. Qualunque cosa la folla stesse osservando, anche loro la volevano vedere. Non era il motivo per cui erano venute?

Ma non era una lotta; era un uomo con una pistola. Ha sparato alla sua amica nella gamba. Lei è tornata subito a casa, dice che non ha bisogno di tornare mai indietro.

La ragazza è rimasta. Ha allungato una gita di Carnavale in una nuova vita, il modo in cui molt* fanno qui, e racconta questa storia per me ora come se la raccontasse a chiunque ascolti. “Certo”, conclude saggiamente “vai verso una lotta. Scappi via da una pistola. “

Poi ho capito come io possa essere molto più felice qui di come lo sono nella casa che è molto più esplicitamente accogliente nei miei confronti, e perché anche le mie amiche lo sono, attraverso gli sguardi che ci arrivano quando camminiamo per la strada insieme e gli sguardi che ci arrivano quando camminiamo per la strada da sole e la spazzatura che dopo Katrina non sempre viene raccolta e la posta che non sempre arriva e tutti i modi in cui vivere qui è più difficile che vivere a casa. Perché così tante di noi sono comunque venute, così tanti che ai nostri incontri ora il bar è pieno, e la veranda anche, e la luce delle candele ricade principalmente su facce che non conosco. Una tra la folla che non so ancora notare. Non so ancora che mi sarà chiesto di ricordare.

Mentre stare qui è difficile, è anche charificante. C’è un enunciato poco gentile che dice che siamo turisti ad una tragedia che non è nostra, ma questo non è giusto. È più che non importa dove siamo, ci sentiamo come se stessimo combattendo, cercando di creare vite che sembrano fedeli a chi siamo in una cultura che non ci accetterà del tutto. Essere qui, dover combattere apertamente in un luogo in cui tutta la città deve anche combattere, sembra più onesto. Ciò per cui si combatte, si ama. Si va verso una lotta.

*

Ma alla fine la lotta trova noi. Una notte tardi, Dee e io siamo inpiedi all’angolo di una strada buia dicendoci buonanotte, gli unici suoni la musica dal bar che abbiamo appena lasciato e i conati ritmici di un tizio che aveva bevuto troppo e ora sta vomitando in una fogna. C’è un poliziotto con lui, che lo regge, così distogliamo gli occhi e rivolgiamo la nostra attenzione di nuovo a noi due. Le cose tra noi sono dolci. Nel bar l’avevo arrocata su sulle mie ginocchia e con le mie braccia intorno a lei. È in una gonna a balze, con i capelli corti da lesbica a punte e io ho una canotta e pantaloncini cargo da ragazzo che ho comprato da un confuso commesso in un centro commerciale di periferia della Louisiana. Ci sentiamo come noi stesse, come le noi stesse che abbiamo voluto essere.

La mia macchina è parcheggiata a due isolati di distanza, la sua bicicletta nella direzione opposta, e mi sto appogiando al dolce sudore del suo collo, facendo durare il saluti più a lungo possibile. La bacio. La bacio, e poi mi tiro di poco indietro.

Proprio in faccia al poliziotto.

Ha la testa premuta quindici dal nostro bacio, posso vedere la sabbia nei suoi pori e il luccichio di saliva sul labbro, e sta sorridendo. “Ora, non fraintendetemi,” dice, un sopracciglio che sale vertiginosamente, “potrei guardare due donne che si baciano per tutto il giorno. Tutto”, ripete, trascinando la parola “giorno. Ma non potete farlo qui.”

“Mi scusi?” Dee chiede, confusa.

“Non potete farlo qui. Non è consentito.”

Il tizio ubriaco è ora effettivamente disteso nel fango e sta gemendo. Da qualche parte là fuori, nella città più ampia, New Orleans è ancora nella sua striscia di omicidio.

“Sì, lo è,” dico. “Possiamo baciarci ovunque vogliamo.”

“Non qui,” dice.

Ragionerò con quest’uomo. “Sì,” dico. “Di sicuro qui.”

“Ovunque volete,” dice, “ma non qui. È contro la legge.”

“Io sono un avvocato” dico, stupidamente. Perché questo importerà. Perché vuole discutere la vera legge. Ma ho appena ricordato questo fatto e lo brandirò come l’unica arma che ho. “Conosco la legge” dico. “Mi dica dove la legge dice che non possiamo baciarci qui. Mi dica dove dice che può fermarci.”

“È lì. È nella legge. Non vi è permesso. Questo è il mio lavoro, va bene? Dirvi quello che non vi è permesso fare.”

“No,” dico. “Mi dica dove nella legge dice che non possiamo.”

“Dei bambini potrebbero vedere”, dice.

Dee sputacchia.

“Guardate, possiamo farlo nella maniera facile o nella maniera difficile”, dice, ed è quando mi rendo conto che negli ultimi minuti ho fatto un passo davanti a Dee, schermandola dal poliziotto. Ho le mie braccia inclinate lungo i fianchi, il mento che sporge, cercando di farmi più grande.

“La maniera facile o la maniera difficle”, ripete.

“Oh, sì,” dico, “Qual’è la maniera difficile?” Dee sta strattonando il mio braccio adesso. Deve essere mezzanotte, passata. La strada è buia e vuota. Persino il tizio ubriaco si è trascinato via da qualche parte. È, mi rendo conto, non il momento di contestare un ufficiale armato in delirio di potere. Non posso farne a meno. Lui ha torto. Noi abbiamo ragione. Ci stiamo solo baciando.

Ma poi mi arrendo. Faccio un passo indietro da Dee e dal poliziotto e lascio le mie braccia allentarsi ai miei fianchi. Lo lascio vincere. Perché abbiamo entrambe posti in cui dobbiamo essere la mattina e perché, quando si arriva al dunque, non voglio sapere quale sarà la sua maniera difficile.

Per giorni siamo arrabbiate. Telefoniamo chiunque conosciamo e raccontiamo loro la storia. Passiamo ore nell’appartamento di Dee e in caffè, studiando attentamente le parole giuste per le lettere che inviamo ai giornali, all’ACLU. Presentiamo un reclamo presso la polizia di New Orleans e quando non otteniamo una risposta li chiamiamo, e poi li chiamiamo di nuovo. Presentiamo un reclamo presso la polizia di New Orleans e quando non otteniamo una risposta li chiamiamo, e poi li chiamiamo di nuovo. Prendo Oh, The Places You’ll Go!§ di Dr. Seuss e la riscrivo in modo da essere un elenco di luoghi in cui i gay si possono baciare in pubblico negli Stati Uniti – ovunque – e registro un dominio per creare un sito web educativo prima che improvvisamente, infine, mi rendo conto dell’ovvio: sto combattendo una battaglia che non esiste. Nessuno in realtà è confus* dall’idea che possiamo baciarci ovunque vogliamo. E, naturalmente, la polizia non ha risposto non ha risposto. La città in un picco di omicidi.

Il futuro sta arrivando, sta arrivando per chiunque in questa storia.
Un giorno quel poliziotto accender’ la TV e vedrà il primo presidente nero, il primo presidente che gli assomiglia, dire che pensa che coppie come me e Dee dovrebbero essere in grado di sposarsi se vogliamo. Il che probabilmente significa che dovremmo essere in grado di baciarci. Prima di scrivere questo saggio, tre stati andranno al voto e un voto popolare senza precedenti dirà che io e Dee e potremmo sposarci lì, e quando lo fannosarà stato impensabile solo sei mesi prima e ovvio tre mesi dopo. La settimana che finisco una bozza di questo saggio, mi recherò alla Corte Suprema per stare in piedi davanti e attendere mentre considera i nostri diritti. Con me saranno migliaia. E prima che il momento lo pubblichi, vivremo tutt* in un paese in cambiamento.

Ma il futuro non sta arrivando abbastanza in fretta per l’artista, che morirà da solo prima che tutto questo accada. Non sta arrivando abbastanza in fretta perché Michelle mantenga il lavoro che ama o non abbia bisogno di un tatuaggio sul braccio per ricordare a se stessa chi è. Non sta venendo abbastanza in fretta perché io non debba imparare a smettere di chiedere scusa per, smettere di lottare con, chi sono.

E non sta arrivando abbstanza in fretta per la ragazza morta.

*

I miei mesi in città si sommano lentamente e alla fine il mio programma post-laurea vuole sapere tornerò mai. Penso di abbandonare, ma non voglio ancora essere un’avvocato, e se lascio senza finire c’è tutto il debito da pagare, ma nulla in cambio. L’uragano Gustav si materializza al largo della costa del Golfo, e perché così tante persone non sono evacuate l’ultima volta, questa volta lo stato della Louisiana vuole tutt* fuori dalla metà inferiore. Sembra sciocco evacuare solo per tornare e poi trasferirsi. Quindi questo è, decido. Carico di nuovo il mio cane e il mio gatto di nuovo nella decapottabile, insieme alla chitarra che non ho ancora imparato a suonare. Dico addio a Dee e le altri e trovo qualcun’altra a guidare il gruppo gay e mi unisco alla linea di automobili sulla Highway 10, che è stata trasformato a senso unico, fuori. Quando torno a Boston, la mia porta di casa si apre, ma la città non è la stessa per me. Ho nostalgia di New Orleans con una forza che mi fa indossare felpe a fine agosto perché sono convinta d aver freddo nel rammollito calore del Massachusetts.

Un giorno la mia email riceve una nota da un uomo che dice di essere un detective. È con la divisione omicidi della polizia di New Orleans, scrive. Potrei chiamarlo, per favore?

Lui è gentile al telefono. Cortese. Sembra esitante, ma non giovane. Solo consumato, forse. “Ha fondato un gruppo di donne a New Orleans, è corretto?” dice.

“Sì,” dico.

“E siete tutte, siete tutti gay, non è vero?” dice.

“Quello è perché ho iniziato,” dico. “In modo da aver un posto per convenire.”

“Sto chiamando per uno dei suoi membri,” dice. “Una donna chiamata -” e mi ha legge il suo nome.

Non riconosco il nome. Gli dico questo.

Sospira. “È quello per cui sto chiamando” dice. “Non riusciamo trovare nessuno che la conoscesse. È stata trovata morta nella sua cucina, accoltellata un paio di volte. Si era unita al suo gruppo un paio di settimane fa online. Prima dell’ultimo incontro. Aveva appena fatto coming out come gay. La violenza del crimine ci fa pensare che qualcuno non ne fosse troppo felice. Chiunque l’abbia uccisa non ha rubato nulla.” Sospira di nuovo. “Non sono troppo ottimista, ma potrebbe mandare un’email ai suoi membri? Chiedere loro se qualcuna sa qualcosa?”

Dopo che riagganciamo, lo faccio. Nella mail dico loro, la maggior parte di loro sul grande elenco on-line sconosciute per me, che c’è stato una tragedia. Che ho appena parlato con un detective della omicidi. Che mi dice che una di noi è morta. Do loro il nome della ragazza morta e chiedo loro di ripensare all’ultima notte buia al bar con le candele dei santi, la veranda. L’avevano vista lì? Ha parlato con nessuna? Qualcuna la ricorda? Imploro e so a stento per cosa sto implorando. Se sapete qualcosa, dico, scrivete. Dico loro che è importante rimanere unite di fronte a questa tragedia, perché questo sembra il tipo di cosa che dici di fronte ad una tragedia. Sembra vero. Per favore, dico, anche se non sapete il motivo per cui volete parlare, ma volete e basta, qui è il mio numero, perfavore chiamare.

Nessuna lo fa.

*

Mi piacerebbe dire che in seguito penso alla ragazza morta spesso, che mi attacco ad un’idea di chi sarebbe potuto essera. Ma non lo faccio. Diventa parte del ricordo per me intricato di New Orleans per me, parte di un groviglio di amore e di dolore non so come districare. Anni dopo, sono seduta in un bar gay con internet wireless, fuori da sola una sera per una visita al mio amico architetto e alla donna che sposa nella piccola città del Midwest in cui si trasferiscono. È una città carina, ma sulla via verso al bar tutti fissano ancora la mio cravatta per strada. Penso alla ragazza e la cerco su Internet. Il suo nome è nell’e-mail dal detective, ma non mi ricordo quell’indizio all’inizioo, invece cerco gli omicidi dal mese giusto. Ce ne sono stati così tanti. Maschio, maschio, maschio – e poi c’è lei, un nome che so immediatamente essere suo dalle “Caso Archiviato”. Quattro anni dopo la sua morte, nessuno ha trovato il suo assassino. Online ci sono resoconti da amici e amiche che vivevano nella città che ha lasciato. Una di loro mantiene un commovente blog in cui scrive ancora alla ragazza morta regolarmente. Leggo ogni parola, sentendomi tutto il tempo come se stessi sbirciando sopra la spalla di qualcuno, e di nuovo non riesco a decidere se sono una spettatrice ad una tragedia che non è mia o se qualche parte di questo appartiene a tutt* noi.

In niente che leggo, non negli articoli dai giornali e non in nelle pagine del blog, non nelle citazioni da membri della famiglia e non nele fotografie, trovo le informazioni che il detective mi ha detto: che la ragazza era gay, che c’è ragione di credere che fosse stato uccisa perché aveva appena fatto coming out. Nelle storie, sono sorpreso di trovare un ex ragazzo in lutto che guida la ricerca dell’assassino.

La mia stessa sorpresa mi sorprende. Ho avuto l’architetto, dopo tutto. Ma per lei voglio qualcosa di diverso. Voglio che si fosse liberata.

*

È sia troppo sia troppo di niente da tessere in una vera e propria storia: la ragazza morta, quello stronzo di un poliziotto, gli sguardi fissi e i tanti piccoli insulti e l’infermiera al pronto soccorso quando cado all’improvviso, gravemente malata ci preoccupiamo che sia fatale e nel bel mezzo di quella lunga, spaventosa notte l’infermiera del pronto soccorso urla a Dee di scendere dal letto d’ospedale dove siamo sedute lei mi sta abbracciando, per timore che la gente si faccia, l’infermiera dice, l’idea sbagliata. Conosco coppie che mandano le/i loro figli(e) a scuole cattoliche, perché vogliono che i/le loro figli(e) siano in grado di leggere e le figlie e figli tornano a casa e dicono alle loro madri che essere gay è sbagliato. L’unica volta che la ragazza dal Massachusetts, Kris, mi ha fatto visita, prima che lasciassimo che distanza ci finisse, quando non sembrava proprio un ragazzo e io sembrava ancora una ragazza, abbiamo camminato lungo Bourbon Street tenendoci per mano. Una ragazza adolescente con braccia troppo magre e grandi occhi spiritati ci ha seguito per le strade per quattro isolati e poi si è avvicinata e ha chiesto se poteva avere un abbraccio. Siamo state colte di sopresa, ma lei sembrava così giovane e così triste che abbiamo acconsentito. Le sue braccia stringevano stretto come una corda. Poi ha urlato di gioia, e ha iniziato, in silenzio, a piangere. Veniva dal Kentucky, ha detto. Era gay. Era scappata di casa a New Orleans un mese prima, ma noi eravamo la prima coppia lesbica che avesse mai visto camminare per qualsiasi strada tenendosi per mano. Un giorno voleva fare lo stesso. “Oh, tesoro” ho detto, ma poiché erano ancora i primi giorni del mio tempo lì era tutto quello che sapevo dire. Non potevo dirle di unirsi ad un gruppo che non avevo ancora iniziato, non sapeva ancora dirle che ce n’erano molte di noi, anche se non ci poteva vedere in un primo momento. Invece il mio istinto è stato quello di prendere su la ragazza e portarla di nuovo al Massachusetts che avevo appena lasciato. Come se in questo modo la potessi salvare dalla necessità di combattere, come se se l’avessi portata in un posto dove essere gay andava bene sarebbe andato bene anche per lei. Come se non sapessi gi’ che non funziona in questo modo. Cogliendo lo sguardo Kris, ho offerto alla ragazza un po’ di cibo, un po’ di soldi, ma no, era imbarazzata ora, davvero tutto quello che voleva era l’abbraccio. Davvero tutto quello che voleva era sapere che ci sarebbe stato un posto per lei.

*

Non è che penso che io stessa morirò se vivo in un posto che non mi permetterà di sposare una donna che amo, che non ci permetterà di crescere figlie e figli insieme, non senza essere le zimbelle della città, i personaggi tollerati, le bizzarre e le sole.

Solo questo: non sarà in grado di vivere.

Continuo a pensare a New Orleans, eppure non posso tornare. Continuo a pensare alla ragazza morta. Continuo a chiedermi che la vita si fosse lasciata alle spalle e che vita avesse trovato, a che vita sarebbe arrivata. Ma so che non sto davvero pensando a lei, non alla persona che era, alla persona che non ho mai conosciuto, ma a questo problema, questo nodo di solitudine e di dolore e di come il cambiamento può venire eppure non essere abbastanza veloce.

Forse se non portassi la lotta dentro di me, niente di tutto ciò, il poliziotto, l’infermiera, avrebbe la stessa importanza. Forse sarei in grado di vedere la ragazza morta più per chi fosse, e non permettere alla lotta di mettersi sulla strada della persona. Ma io porto la lotta dentro di me. Lo faccio. Fino a quando il mondo non finirà di cambiare intorno a me, non ci può essere muoversi verso o lontano da essa. 

Illustrazioni di Lauren Young Smith
Fonte: Towards a Fight – Alexandria Marzano-Lesnevich | The Rumpus, 16th June 2014

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