Simone de Beauvoir | IEP – Shannon Mussett

Fonte: Internet Encyclopedia of PhilosophyShannon Mussett (Utah Valley University)

Simone de Beauvoir (1908 – 1986) è stata uno dei più autorevoli filosofi e scrittori esistenzialisti francesi. Lavorando a fianco di altri famosi esistenzialisti come Jean-Paul Sartre , Albert Camus e Maurice Merleau-Ponty , de Beauvoir ha prodotto un ricco corpus di scritti, tra cui opere di etica , femminismo, narrativa, autobiografia e politica .

Il metodo di Beauvoir incorporava varie dimensioni politiche ed etiche. In Per una morale dell’ambiguità, ha sviluppato un’etica esistenzialista che condannava lo “spirito di serietà”, in cui le persone si identificano troppo facilmente con alcune astrazioni a scapito della libertà e responsabilità individuale. Ne Il secondo sesso, ha prodotto un attacco articolato sul fatto che nel corso della storia le donne sono state relegate ad una sfera di “immanenza”, e sull’accettazione passiva dei ruoli assegnati loro dalla società.  Ne I mandarini, ha romanzato le lotte di esseri intrappolati in ambigue relazioni sociali e personali alla chiusura della seconda guerra mondiale.  L’enfasi sulla libertà, la responsabilità, e l’ambiguità permea tutte le sue opere e dà voce a temi centrali della filosofia esistenzialista.

Il suo approccio filosofico è notevolmente diversificato. Le sue influenze includono la filosofia francese da Cartesio a Bergson, la fenomenologia di Edmund Husserl e Martin Heidegger , il materialismo storico di Karl Marx e Friedrich Engels, e l’idealismo di Immanuel Kant e G. W. F. Hegel. Oltre alle sue attività filosofiche, de Beauvoir era anche un’esperta figura letteraria, e il suo romanzo, I mandarini, ricevette il prestigioso Premio Goncourt nel 1954. La sua opera filosofica più famosa e influente, Il secondo sesso (1949), ha segnato una rivoluzione femminista e rimane ad oggi un testo centrale nello studio dell’oppressione e liberazione della donna.

Sommario

  1. Biografia
  2. Etica
    1. Pirro et Cinea
    2. Per una morale dell’ambiguità
  3. Femminismo
    1. Il secondo sesso
  4. Letteratura
    1. Romanzi
    2. Racconti brevi
    3. Teatro
  5. Studi Culturali
    1. Osservazioni di viaggio
    2. La terza età
    3. Opere autobiografiche

1. Biografia

Simone de Beauvoir nacque il 9 gennaio 1908 a Parigi da Georges Bertrand de Beauvoir e Françoise (nata) Brasseur. Suo padre, George, la cui famiglia aveva alcune pretese aristocratiche, una volta aveva desiderato di diventare un attore, ma aveva studiato legge e lavorava come funzionario, accontentandosi invece della professione di referendario. Nonostante il suo amore per il teatro e la letteratura, così come il suo ateismo, è rimasto un uomo fermamente conservatore le cui inclinazioni aristocratica lo trascinavano verso l’estrema destra. Nel dicembre del 1906 sposò Françoise Brasseur la cui famiglia borghese benestante aveva offerto una dote importante che venne persa a seguito della prima guerra mondiale. Leggermente impacciata e socialmente inesperto, Françoise era una donna profondamente religiosa dedita ad allevare i suoi figli nella fede cattolica. Il suo orientamento borghese e religioso divenne fonte di grave conflitto tra lei e la sua figlia maggiore, Simone. [I britannici si riferiscono a Simone de Beauvoir come “de Beauvoir”, e gli americani, come “Beauvoir.”]

Nata nella mattina del 9 gennaio 1908, Simone-Ernestine-Lucie-Marie Bertrand de Beauvoir era dall’inizio una bambina precoce e intellettualmente curiosa. Sua sorella, Hélène (soprannominata “Poupette”) nacque due anni dopo nel 1910 e Beauvoir preso subito ad a istruire intensamente come studentessa la sorellina. In aggiunta alla sua iniziativa autonoma, lo zelo intellettuale di Beauvoir era alimentato anche da suo padre che le aveva fornito selezioni accuratamente modificate delle grandi opere della letteratura e che la incoraggiò a leggere e scrivere fin dalla tenera età. Il suo interesse per il suo sviluppo intellettuale continuò fino alla sua adolescenza, quando la sua futura carriera professionale, resa necessaria dalla perdita della sua dote, venne a simboleggiare il fallimento del padre. Consapevole del fatto che non era in grado di fornire una dote alle sue figlie, il rapporte di Georges con la suo intellettualmente acuta maggiore divenne in conflitto sia per l’orgoglio sia per la delusione per le sue prospettive. Beauvoir, al contrario, aveva sempre voluto essere una scrittrice e un’insegnante, piuttosto che una madre e una moglie e proseguì i suoi studi con vigore. Beauvoir iniziatò la sua educazione nella scuola privata cattolica per ragazze, l’Institut Adeline Désir dove rimase fino all’età di 17 anni. Fu qui che conobbe Elizabeth Mabille (Zaza), con la quale condivise un’amicizia intima e profonda fino alla morte prematura di Zaza nel 1929. Anche se il medico aveva attribuito la morte di Zaza alla meningite, Beauvoir credeva che la sua cara amica fosse morta per un cuore spezzato nel bel mezzo di una lotta con la sua famiglia per un matrimonio combinato. L’amicizia e la morte di Zaza perseguitarono Beauvoir per il resto della sua vita e lei parlò spesso dell’impatto intenso che ebbero sulla sua vita e sulla sua critica della rigidità degli atteggiamenti borghesi nei confronti delle donne.

Beauvoir era stata una bambino profondamente religiosa come risultato della sua educazione e della formazione di sua madre; tuttavia, all’età di 14 anni, ebbe una crisi di fede e decise definitivamente che non c’era nessun Dio. Rimase un’atea fino alla morte. Il suo rifiuto della religione venne seguito dalla sua decisione di perseguire e insegnare filosofia. Solo una volta considerò il matrimonio con suo cugino, Jacques Champigneulle. Non prese più in considerazione la possibilità del matrimonio, preferendo invece vivere la vita di un’intellettuale.

Beauvoir superò gli esami del baccalauréat in matematica e filosofia nel 1925. Studiò poi matematica presso l’Institut Catholique e letteratura e lingue presso l’Institut Sainte-Marie, superandonel 1926 gli esami per i certificati di Studi Superiori in Letteratura Francese e Latino, prima di iniziare il suo studio della filosofia nel 1927. Studiando filosofia alla Sorbona, Beauvoir superò gli esami per i certificati in Storia della Filosofia, Filosofia Generale, Greco e Logic nel 1927, e nel 1928, in Etica, Sociologia, e Psicologia. Scrisse un diplôme di laureal su Leibniz per Léon Brunschvig e completò la sua pratica di insegnamento al liceo Janson-de-Sailly insieme a Merleau-Ponty e Claude Lévi-Strauss, con i quali rimase in dialogo filosofico.

Nel 1929, ottenne il secondo posto nell’esame di agrégation di filosofia, altamente competitivo, battendo Paul Nizan e Jean Hyppolite e perdendo di poco contro Jean-Paul Sartre che prese il primo posto (era il suo secondo tentativo). A differenza di Beauvoir, tutti e tre gli uomini avevano frequentato le migliori classi preparatorie (khâgne) per l’agrégation ed erano studenti ufficiali presso l’École Normale Supérieure. Anche se non era un’allieva ufficiale, Beauvoir frequentava le lezioni e sostenne l’ agrégation presso l’École Normale. A 21 anni di età, Beauvoir divenne la studentessa più giovane a passare l’agrégation in filosofia e divenne così il più giovane professore di filosofia in Francia.

Fu durante il suo tempo presso l’École Normale che incontrò Sartre. Sartre e la sua ristretta cerchia di amici (tra cui René Maheu, che le diede l soprannome “Castor”, che l’accompagnò per tutta la vita, e Paul Nizan) erano notoriamente elitari alll’École Normale. Beauvoir aveva desiderato essere parte di questa cerchia intellettuale e dopo il suo successo nelle prove scritte per l’agrégation nel 1929, Sartre chiese di essere presentato a lei. Beauvoir affiancà così Sartre e i suoi “compagni” in sessioni di studio per preparare l’estenuante esame orale pubblico dell’agrégation. Per la prima volta, trovò in Sartre un intelletto degno (e, come lei affermò, in qualche modo superiore) del suo, una caratterizzazione che ha portato a molte ipotesi senza messa a terra riguardanti la mancanza di originalità filosofica di Beauvoir. Per il resto delle loro vite, sarebbero dovuti rimanere amanti “essenziali”, pur consentendo affari di cuore “contingenti” ogni volta che desideravano. Pur senza sposarsi mai (nonostante la proposta di Sartre nel 1931), avere figli insieme, o addirittura vivere nella stessa casa, Sartre e Beauvoir rimasero partner intellettuali e romantici fino alla morte di Sartre nel 1980.

Il liberale accordo intimotra lei e Sartre era estremamente progressista per il tempo e spesso ingiustamente infangò la reputazione di Beauvoir come intellettuale donna uguale ai suoi colleghi maschi. Aggiungendo alla sua situazione unica con Sartre, Beauvoir ebe legami intimi con uomini e donne. Alcune delle sue relazioni più famose includevano il giornalista Jacques Bost, lo scrittore americano Nelson Algren, e Claude Lanzmann, il creatore del documentario sull’Olocausto, Shoah.

Nel 1931, Beauvoir venne nominata per insegnare in un liceo di Marsiglia, mentre la nomina di Sartre lo condusse a Le Havre. Nel 1932, Beauvoir si trasferì al Liceo Jeanne d’Arc a Rouen dove insegnò corsi avanzati di letteratura e filosofia. Nel Rouen venne stata ufficialmente rimproverata per le sue aperte critiche della situazione della donna e per il suo pacifismo. Nel 1940, i nazisti occuparono Parigi e nel 1941, Beauvoir venne licenziata dal suo posto di insegnante da parte del governo nazista. Come conseguenza degli effetti della Seconda Guerra Mondiale in Europa, Beauvoir iniziò ad esplorare il problema dell’impegno sociale e politico dell’intellettuale con il proprio tempo.

A seguito di una protesta fatta dei genitori contro di lei per aver corrotto una delle sue studentesse, venne congedata di nuovo dall’insegnamente nel 1943. Non sarebbe mai ritornata all’insegnamento. Anche se amava l’ambiente scolastico, Beauvoir aveva sempre voluto essere una scrittrice dalla sua prima infanzia. La sua raccolta di racconti brevi sulle donne, Lo spiritual di un tempo venne respinto per la pubblicazione e fu pubblicata solo molti anni dopo (1979). Tuttavia, il suo racconto romanzato del rapporto triangolare tra lei, la sua allieva Olga Kosakievicz, e Sartre L’invitata, fu pubblicato nel 1943. Questo romanzo, scritto dal 1935 al 1937 (e letto da Sartre in forma di manoscritto, mentre iniziava a scrivere L’essere e il nulla le guadagnò con con successo il riconoscimento del pubblico.

L’occupazione inaugurò quello che Beauvoir ha chiamato il “periodo di morale” della sua vita letteraria. Dal 1941 al 1943 scrisse il suo romanzo, Le Sang des Autres (Il sangue degli altri), che venne proclamato uno dei più importanti romanzi esistenzialisti della Resistenza francese. Nel 1943 scrisse il suo primo saggio filosofico, un trattato di etica intitolato Pirro et Cinea. Infine, questo periodo comprende la stesura del suo romanzo, Tous les hommes sont Mortels (Tutti gli uomini sono mortali), scritto 1943-46 e la sua unica opera teatrale, Les Bouches Inutiles (Le bocche inutili), scritto nel 1944.

Anche se solo superficialmente coinvolta solo nella Resistenza, gli impegni politici di Beauvoir subirono un progressivo sviluppo nel 1930 e nel 1940. Insieme a Sartre, {Maurice Merleau-Ponty, Raymond Aron e altri intellettuali, contribuì a fondare la rivista di sinistra politicamente non allineato, Les Temps Modernes nel 1945, per il quale sia curò sia sia contribuì articoli, tra cui nel 1945, “Idealismo morale e realismo politico “,” Esistenzialismo e saggezza popolare “, e nel 1946,” Occhio per occhio”. Sempre nel 1946, Beauvoir scrisse un articolo che spiegava il suo metodo di fare filosofia nella letteratura in “Letteratura e metafisica.” La creazione di questa rivista e il suo orientamento di sinistra (che era fortemente influenzato dalla sua lettura di Marx e dall’ideale politico rappresentato dalla Russia), colorarono il suo difficile rapporto con il comunismo. La rivista stessa e la questione degli impegni politici degli intellettuali sarebbero diventati uno dei temi principali del suo romanzo, I Mandarini (1954).

Beauvoir pubblicò un altro trattato etico, Pour une Morale de l’Ambiguïté (Per una morale dell’ambiguità) nel 1947. Anche se non fu mai stato pienamente soddisfatta di questo lavoro, resta uno dei migliori esempi di un’etica esistenzialista. Nel 1955, ha pubblicato, “Bruciare Sade?” (Privilèges) che si avvicina di nuovo alla questione dell’etica dal punto di vista delle esigenze e degli obblighi per l’altr*.

A seguito di estratti anticipati che apparvero in Les Temps Modernes nel 1948, Beauvoir pubblicò la suo rivoluzionario indagine in due volumi sull’oppressione della donna, Le Deuxième Sexe (Il secondo sesso) nel 1949. Anche se prima di scrivere questo lavoro non si era mai considerato essere una “femminista,” Il secondo sesso la solidificò come una figura femminista per il resto della sua vita. Di gran lunga la sua opera più controversa, questo libro venne abbracciato da femministe e intellettuali, nonché spietatamente attaccato sia da destra sia da sinistra. Gli anni ’70, famosi per essere un tempo di movimenti femministi, furono abbracciati da Beauvoir che partecipò a manifestazioni, continuò a scrivere e a tenere lezioni sulla situazione delle donne, firmò petizioni a sostengono di vari diritti per le donne. Nel 1970, Beauvoir contribuì a lanciare il Movimento Francese per la Liberazione delle Donne firmando il Manifesto delle 343 per il diritto all’aborto e nel 1973, istituì una sezione femminista in Les Temps Modernes.

Dopo i numerosi successi letterari e l’alto profilo delle vite di lei e Sartre, la sua carriera fu segnata da una fama raramente incontrata dai filosofi durante la loro vita. Questa fama derivava sia dal suo lavoro così come dalla sua relazione e associazione con Sartre. Per il resto della sua vita, vivette sotto l’attento esame degli occhi del pubblico. Venne spesso considerata ingiustamente una semplice seguace della filosofia sartriana (in parte, a causa delle sue proprie dichiarazioni), nonostante il fatto che molte delle sue idee erano originali e andavano in direzioni radicalmente diverse dalle opere di Sartre.

Durante gli anni ’40, lei e Sartre, che avevano un tempo gustato la cultura del caffè e la vita sociale di Parigi, si ritrovarono a ritirarsi nella sicurezza della loro stretta cerchia di amici, affettuosamente chiamato “Famiglia”. Tuttavia, la sua fama non le impedì di continuare la sua passione di una vita, quella di viaggiare in terre straniere che portò a due sue opere, L’Amérique au Jour le Jour (L’America giorno per giorno), pubblicato per la prima volta nel 1948 e La Longue Marche ( La lunga marcia), pubblicato nel 1957. Il primo era stato scritto dopo il suo giro di conferenze negli Stati Uniti nel 1947, e il secondo dopo la sua visita con Sartre nella Cina comunista nel 1955.

Il suo lavoro successivo includeva la scrittura di più opere di narrativa, saggi filosofici e interviste. Fu segnato in particolare, non solo dalla sua azione politica nelle questioni femministe, ma anche con dalla pubblicazione della sua autobiografia in quattro volumi e il suo impegno politico attacando direttamente la guerra francese in Algeria e le torture di algerini da parte di ufficiali francesi. Nel 1970, pubblicò un impressionante studio dell’oppressione dei membri anziani della società, La Vieillesse (La terza età). Questo lavoro rispecchia lo stesso approccio che aveva preso ne Il secondo sesso solo con un diverso oggetto di indagine.

Beauvoir vide la morte del suo compagna di vita nel 1980, che viene raccontato nel suo libro del 1981, La cérémonie des adieux (La cerimonia degli addii). Dopo la morte di Sartre, Beauvoir adottà ufficialmente la sua compagna, Sylvie Le Bon, che divenne il suo esecutore letterario. Beauvoir morì per un edema polmonare il 14 aprile 1986.

2. Etica

a. Pirro e Cinea

Per la maggior parte della sua vita, Beauvoir era interessato alla responsabilità etica che l’individuo ha verso se stess*, altri individui e gruppi oppressi. Una delle sue prime opere, Pirro et Cinea (1944) affronta la questione della responsabilità etica da un quadro esistenzialista molto prima che Sartre avrebbe tentato la stessa impresa. Questo saggio fu ben accolto, dato che parlava ad una Francia devastata dalla guerra che stava lottando per trovare una via d’uscita dal buio della Seconda Guerra Mondiale. Inizia come una conversazione tra Pirro, l’antico re dell’Epiro, e il suo consigliere capo, Cinea, sulla questione dell’azione. Ogni volta che Pirro fa un’affermazione su quale terra conquisterà, Cineas gli chiede cosa farà dopo? Infine, Pirro esclama che si riposerà in seguito alla realizzazione di tutti i suoi piani, al quali Cinea ribatte: <<Perché non riposare subito>>? Questo saggio è quindi inquadrato come un’indagine sulle motivazioni dell’azione e la preoccupazione esistenziale sul perché dovremmo agire, se proprio.

Questo lavoro era stato scritto da una giovane Beauvoir in stretto dialogo con il Sartre de L’essere e il nulla (1943). La struttura di una libertà individuale impegnata in un mondo oggettivo è vicino alla concezione di Sartre del conflitto tra l’essere-per-sé (l’être-pour-soi) e l’essere-in-sé (l’être-en-soi). Diversamente di Sartre, l’analisi di Beauvoir del soggetto libero implica immediatamente una considerazione etica di altri soggetti liberi nel mondo. Il mondo esterno può spesso manifestarsi come una schiacciante realtà oggettiva, mentre l’altro può rivelare a noi la nostra libertà fondamentale. In mancanza di un Dio per garantire la moralità, è a carico dell’essere individuale creare un legame con gli altri attraverso l’azione etica. Questo legame richiede un orientamento fondamentalmente attivo nei confronti del mondo attraverso progetti che esprimono la nostra libertà cos’ come incoraggiano la libertà degli esseri umani nostri simili. Perché essere umani è essenzialmente far scoppiare il mondo dato attraverso la nostra trascendenza spontanea, essere passivi è vivere, nella terminologia sartriana, in malafede.

Sebbene sottolineando i motivi chiave sartriani della trascendenza, libertà e situazione in questo primo lavoro, Beauvoir porta la sua indagine in una direzione diversa. Come Sartre, crede che che la soggettività umana sia essenzialmente un nulla che si scoppia l’essere attraverso progetti spontanei. Questo movimento di far scoppiare il determinato attraverso l’introduzione di attività spontanea è chiamato trascendenza. Beauvoir, come Sartre, crede che l’essere umano sia costantemente impegnato in progetti che trascendono la situazione fattuale (culturale, storica, personale, ecc…) in cui viene generato l’esistente. Eppure, anche se gran parte della sua nomenclatura e delle sue idee emerge ovviamente, all’interno di un discorso filosofico con Sartre, l’ obiettivo di Beauvoir nello scrivere Pirro et Cinea è un in qualche modo diverso dal suo. In particolare, in Pirro et Cinea, lei costruisce un’etica, che è un progetto rinviato da Sartre ne L’essere e il nulla. Inoltre, piuttosto che vedere l’altr* (che nel suo sguardo mi trasforma in un oggetto) come una minaccia per la mia libertà come avrebbe fatto Sartre, Beauvoir vede l’altr* come asse necessaria della mia libertà, senza cui, in altre parole, non potrei essere liber*. Con l’obiettivo di chiarire un’etica esistenzialista quindi, Beauvoir si occupa di questioni di oppressione che sono in gran parte assenti nelle prime opere di Sartre.

Pirro et Cinea è un testo riccamente filosofico che riprende temi non solo da Sartre, ma anche da Hegel, Heidegger, Spinoza, Voltaire, Nietzsche e Kierkegaard. Tuttavia, Beauvoir critica questi filosofi tanto quanto li ammira. Ad esempio, critica Hegel per la sua fede immorale nel progresso che nega l’individuo nell’incessante ricerca dell’Assoluto. Critica Heidegger per la sua enfasi sull’essere-per-la-morte in quanto mina la necessità di istituire progetti, che sono essi stessi fini e non sono necessariamente proiezioni verso la morte.

Beauvoir sottolinea che la propria trascendenza si realizza attraverso il progetto umano che costituisce il suo fine come di valore, piuttosto che facendo affidamento sulla convalida o significato esterni. Il fine, dunque, non è qualcosa tagliato fuori dall’attività, che si erge come un valore statico e assoluto al di fuori dell’esistente che lo sceglie. Piuttosto, l’obiettivo dell’azione è stabilito come un fine attraverso la stessa libertà che lo pone come un’impresa valida. Beauvoir mantiene la convinzione esistenzialista nell’assoluta libertà di scelta e la conseguente responsabilità che tale libertà comporta, sottolineando che i propri progetti devono scaturire dalla spontaneità individuale e non da un ente, autorità o persona esterni. Come tale, è fortemente critica dell’assoluto hegeliano, della concezione cristiana di Dio e di entità astratte come Umanità, Nazione e Scienza, che richiedono la rinuncia individuale alla libertà per una causa statica. Tutte le visioni del mondo che richiedono il sacrificio e il ripudio della libertà diminuiscono la realtà, lo spessore e l’importanza esistenziale dell’esistenza individuale. Questo non vuol dire che dovremmo abbandonare tutti i progetti di unificazione e progresso scientifico in favore di un solipsismo disinteressato, solo che tali sforzi devono necessariamente rispettare le singole esistenze di cui sono composti. Inoltre, invece di essere costretti a cause di vario genere, gli essenti devono attivamente e consapevolmente scegliere di parteciparvi.

Poiché Beauvoir è così preoccupata in questo saggio con la libertà e la necessità di scegliere consapevolmente chi si è in ogni momento, si occupa di i rapporti di schiavitù, supremazia, tirannia, e devozione che restano scelte, nonostante le disuguaglianze che spesso derivano da queste connessioni con gli altri. Nonostante l’iniquità di potere in tali rapporti, lei sostiene che non possiamo mai fare nulla a favore o contro gli altri, vale a dire, non possiamo mai agire al posto degli altri, perché ogni individuo può essere responsabile solo per se stess*. Tuttavia, stiamo ancora moralmente obbligati ad evitare di danneggiare gli altri. Facendo eco a un tema comune nella filosofia esistenzialista, anche a tacere o rifiutare di impegnarsi nell’aiutare l’altr*, è ancora fare una scelta. La libertà, in altre parole, non può essere evasa.

Eppure, sviluppa anche l’idea che nell’astensione dal favorire la libertà delle altre, stiamo agendo contro il richiamo etico dell’altr*. Senza gli altri, le nostre azioni sono destinate a ripiegarsi su se stesse, inutili e assurde. Tuttavia, con altri che sono anche loro liberi, le nostre azioni sono prese e portate oltre se stesse nel futuro, trascendendo i limiti del presente e delle finite noi stesse. Le nostre stesse azioni sono chiamate ad altre libertà che possono scegliere di risponderci o ignorarci. Perché noi siamo finit* e limitat* e non ci sono assoluti a cui le nostre azioni possono o dovrebbero conformarsi, dobbiamo sostenere i nostri progetti nel rischio e nell’incertezza. Ma è proprio questa fragilità che Beauvoir crede ci apre ad una possibilità reale per l’etica.

b. Per una morale dell’ambiguità

In molti modi, Per una morale dell’ambiguità (1947) continua temi sviluppati per primi in Pirro et Cinea. Beauvoir continua a credere nella contingenza dell’esistenza in quanto non vi è alcuna necessità per noi di esistere, e quindi non vi è alcuna essenza umana predeterminata o standard di valore. Di particolare importanza, Beauvoir espande l’idea che la libertà umana richiede la libertà degli altri per essere attualizzata. Anche se Beauvoir non fu mai pienamente soddisfatto di Per una morale dell’ambiguità, questo rimane un testamento alla sua preoccupazione di lunga data per la libertà, l’oppressione, e la responsabilità, nonché alla profondità della sua comprensione filosofica della storia della filosofia e dei suo unici contributi ad essa.

Inizia questo lavoro affermando la tragica condizione della situazione umana che sperimenta la sua libertà come una spontanea spinta interna che viene schiacciata dal peso esterno del mondo. L’esistenza umana, sostiene, è sempre una commistione ambigua tra la libertà interiore di trascendere le condizioni date del mondo e il peso del mondo che si impone su di noi in un modo al di fuori del nostro controllo e non di nostra scelta. Affinché noi vivamo eticamente, allora, dobbiamo farci carico di questa ambiguità, piuttosto che cercare di sfuggirle.

In termini sartriani, lei imposta un problema in cui ogni esistente vuole negare la sua essenza paradossale come nulla desiderando essere nello stretto senso oggettivo; un progetto che è destinato a fallimento e malafede. In molti modi, il compito di Beauvoir è quello di descrivere la conversione esistenzialista accennata da Sartre in L’essere e il nulla, ma rinviata al tentativo incompleto molto più tardi in Quaderni per una morale (Cahiers Pour une Morale). Per Beauvoir, una conversione esistenzialista ci permette di vivere autenticamente al crocevia tra libertà e fattualità. Ciò richiede che impegniamo la nostra libertà in progetti che emergono da una scelta spontanea. Inoltre, i fini e gli obiettivi delle nostre azioni non devono mai essere impostati come assoluti, separati da noi che li scegliamo. In questo senso, Beauvoir pone dei limiti alla libertà. Per essere liberi non è quello di avere libero licenza di fare ciò che si vuole. Anzi, essere liberi comporta l’assunzione consapevole di questa libertà attraverso progetti che vengono scelti in ogni momento. Il significato delle azioni viene così garantito non da qualche fonte esterna di valori (per esempio Dio, la Chiesa, lo Stato, la nostra famiglia, ecc), ma dall’atto spontaneo dell’esistente nello sceglierle. Ogni individuo deve farsi positivamente carico del suo progetto (che si tratti di scrivere un romanzo, laurearsi all’università, presiedere un’aula di tribunale, ecc) e non cercare di sfuggire alla libertà fuggendo nell’obiettivo come in un oggetto statico. Quindi, ci comportiamo eticamente solo nella misura in cui accettiamo il peso delle nostre scelte e le conseguenze e responsabilità della nostra fondamentale libertà ontologica. Come Beauvoir ci dice: <<volere se stess* moral* e di volere se stess* liber* sono la stessa e unica decisione.>>

Il vero essere umano quindi non riconosce alcuna assoluto straniero non consapevolmente e attivamente scelto dalla persona stessa. Questa idea è forse meglio visto nella critica, da parte di Beauvoir, di Hegel che attraversa tutto il testo. Anche se Hegel non è l’unico filosofo con cui lei è in dialogo (si rivolge anche a Kant, Marx, Cartesio e Sartre) lui rappresenta la cristallizzazione filosofica del desiderio per gli esseri umani per sfuggire alla loro libertà sommergendola in un assoluto esterno . Così Hegel, per Beauvoir, istituisce un “Soggetto Assoluto”, la cui realizzazione viene solo alla fine della storia, giustificando il sacrificio di innumerevoli individui nella ricerca incessante della perfezione di questo. Come tale, l’Assoluto di Hegel rappresenta un’astrazione che viene presa come verità dell’esistenza che annienta invece di conserva le singole vite umane che lo compongono. Solo una filosofia che valorizza la libertà di ogni esistente individuale può da sola essere etica. Filosofie come quelle di Hegel, Kant e Marx, che privilegiano l’universale sono costruiti sulla riduzione necessaria del particolare e, come tale, non possono essere autenticamente sistemi etici. Beauvoir sostiene contro questi filosofi dell’assoluta, che l’esistenzialismo abbraccia la pluralità del concreto, particolari esseri umani avviluppati nelle loro situazioni uniche e impegnati nei propri progetti.

Tuttavia, Beauvoir è anche enfatica che anche se l’etica esistenzialista sostiene la santità degli individui, un individuo è sempre situato all’interno di una comunità e, come tale, esseri separati sono necessariamente legati l’uno all’altro. Lei afferma che ogni impresa è espresso in un mondo popolato da e quindi che colpisce altri esseri umani. Difende questa posizione ritornando ad un’idea toccata in Pirro et CINEAS e più pienamente sviluppata nell’Etico, quella che i singoli progetti rientrano in se stessi, se non ci sono altr* con i quali i nostri progetti si intersecano e che di conseguenza portano le nostre azioni di là di noi nello spazio e nel tempo.

Al fine di illustrare la complessità della libertà situata, Beauvoir ci fornisce un importante elemento di crescita, sviluppo e libertà in Per una morale dell’ambiguità. La maggior parte dei filosofi cominciano la loro discussione con un(‘)essere uman* completamente sviluppat* e razional*, come se solo gli adulti si preocupassero dell’indagine filosofica. Tuttavia, Beauvoir incorpora un’analisi dell’infanzia in cui lei afferma che la volontà, o la libertà, si sviluppa nel corso del tempo. Così, il/la bambin* non è considerat* morale, perché lui o lei non ha una connessione a un passato o futuro e l’azione può essere intesa solo come dispiegarsi nel tempo. Inoltre, la situazione del bambino o della bambina ci dà uno sguardo in ciò che Beauvoir chiama l’atteggiamento di serietà in cui i valori sono dati, non scelti. In realtà, è perché ogni persona era una volta bambin* che l’atteggiamento di serietà è la forma più diffusa di malafede.

Descrivendo i vari modi in cui gli essenti fuggono dalle loro libertà e responsabilità, Beauvoir cetegorizza diversi atteggiamenti non autentici, che in varie forme sono tutti indicativi di una fuga dall libertà. Dato che il/la bambin* non è né morale né immorale, la prima categoria reale di malafede consiste nel “sub-uomo” che, attraverso la noia e la pigrizia, frena il movimento originale di spontaneità nella negazione della sua libertà. Questo è un atteggiamento pericoloso in cui vivere, perché anche se il sub-uomo rifiuta la libertà, lui o lei diventa una pedina utile per essere reclutata dall’ “uomo serio” per eseguire l’azione brutale, immorale e violenta. L’uomo serio è l’atteggiamento più comune di fuga dato lui o lei incarna il desiderio che tutti gli esistenti condividono di fondare la loro libertà in un’obiettivo standard esterno. L’uomo serio sostiene valori assoluti e incondizionati a cui lui o lei subordina la sua libertà. L’oggetto in cui l’atteggiamento di serieta tenta di unirsi non è importante, può essere l’Esercito per il generale, la Fama per l’attrice, il Potere per il politico, ciò che è importante è che il sé si perde in esso. Ma, come Beauvoir ci ha già detto, ogni azione perde significato se non è voluta dalla libertà, ponendo la libertà come il suo obiettivo. Così l’uomo serio è il massimo esempio di malafede, perché piuttosto che cercare di abbracciare la libertà, lui o lei cerca di perdersi in un idolo esterno. Tutti gli esistenti sono tentati dall’impostare valori di serietà (diciamo, per esempio, sostenendo che si è “repubblican*” o “liberal*”, come se questi soprannomi fossero “cose” sostanziali che ci definiscono in senso essenziale) in modo da dare un senso alla loro vita. Ma l’atteggiamento di serietà dà luogo a tirannia e oppressione quando la “Causa” viene pronunciata più importante di quelli che la compongono.

Altri atteggiamenti di malafede comprendono il/la “nichilista”, che è un atteggiamento derivante dalla serietà delusa rivoltata su se stessa. Quando il generale capisce che l’esercito è un falso idolo che non giustifica la sua esistenza, egli può diventare un nichilista e negare che il mondo abbia alcun significato. Il nichilista non desidera essere nulla che non è diverso dalla realtà della libertà umana per Beauvoir. Tuttavia, il nichilista non è una scelta autentica perché lui o lei non afferma il nulla nel senso di libertà, ma nel senso di negazione. Anche se cita altri atteggiamenti interessanti di malafede (come la “uomo demoniaco” e l’ “uomo appassionato”) l’ultimo atteggiamento di importanza è l’atteggiamento dell’ “avventuriero”. L’avventuriero è interessante perché è così vicino ad un atteggiamento autenticamente morale. Disdegnando i valori di serietà e nichilismo, l’avventuriero si getta nella vita e sceglie azioni fini a se stesse. Ma l’avventurier* si preoccupa solo per la propria libertà e progetti, e, quindi, incarna un atteggiamento egoista e potenzialmente tirannico. L’avventurier* dimostra una tendenza ad allineare se stess* con chiunque conferirà potere, piacere e gloria. E spesso coloro che elargiscono tali doni non hanno il benessere dell’umanità come la loro principale preoccupazione.

Uno dei più grandi successi di Beauvoir in Per una morale dell’ambiguità si ritrova nelle sue analisi della situazione e della mistificazione. Per il primo Sartre, la propria situazione (o fattualità) è semplicemente ciò che deve essere trasceso nell’ondata spontanea di libertà. La situazione è certamente un limite, ma è un limite-da-essere-superato. Beauvoir, tuttavia, riconosce che alcune situazioni sono tali da non poter essere trascese ma servono semplicemente come inibitori severi e quasi insuperabili all’azione. Ad esempio, ci dice che ci sono popolazioni oppresse come schiavi e molte donne che esistono in un mondo infantile in cui i valori, i costumi, gli dèi, e le leggi sono date a loro senza essere liberamente scelte. La loro situazione non è definita dalla possibilità di trascendenza, ma dall’applicazione di istituzioni e strutture di potere esterne. A causa della forza esercitata su di loro, i loro limiti non possono, in molte circostanze, essere trascesi perché non sono ancora conosciuti. La loro situazione, in altre parole, sembra essere l’ordine naturale del mondo. Così lo schiavo e la donna sono ingannati nel credere che la loro sorte sia stata assegnata loro dalla natura. Come spiega Beauvoir, poiché non possiamo rivoltarci contro la natura, l’oppressore convince gli oppressi che la loro situazione è quella che è perché sono naturalmente inferiori o servili. In questo modo, l’oppressore inganna gli oppressi tenendoli all’oscuro della loro libertà, impedendo loro di ribellarsi. Beauvoir osserva giustamente che non si può semplicemente sostenere che chi è ingannato o oppresso viva in malafede. Possiamo solo giudicare le azioni di quegli individui, come emergenti dalla loro situazione.

Solo l’atteggiamento autenticamente morale capisce che la libertà di sé richiede la libertà degli altri. Agire da sol* e senza preoccupazione per gli altri non è essere liber*. Come spiega Beauvoir: <<Nessun progetto può essere definito tranne che dalla sua interferenza con altri progetti.>> Quindi se il mio progetto si interseca con altri che sono schiavizzati, sia letteralmente sia attraverso l’inganno, nemmeno io non sono veramente liber*. Per di più, se non cerco attivamente di aiutare coloro che non sono liberi, sono implicat* nella loro oppressione.

Dato che questo libro è stato scritto dopo la seconda guerra mondiale, non è così sorprendente che Beauvoir fosse interessata a questioni di oppressione e liberazione e la responsabilità etica che ognuno di noi ha a vicenda. Chiaramente lei considera l’atteggiamento di serietà per essere il principale colpevole di movimenti nazionalisti come il nazismo che manipolano le persone a credere in una Causa come un comando assoluto e indiscutibile, chiedendo il sacrificio di innumerevoli individui. Beauvoir ci supplica di ricordare che non possiamo mai preferire una Causa a un essere umano, e che il fine non significa necessariamente la giustificazione dei mezzi. In questo senso, Beauvoir è in grado di promuovere un’etica esistenziale che afferma la realtà del sacrificio e dei progetti individuali pur mantenendo che tali progetti e sacrifici hanno senso solo in una comunità composta da individui con un passato, presente e futuro.

3. Femminismo

a. Il secondo sesso

La maggior parte dei filosofi concordano sul fatto che il maggiore contributo di Beauvoir alla filosofia è la sua rivoluzionaria opera magna, Il secondo sesso. Pubblicato in due volumi nel 1949, questo lavoro ha trovato subito sia un pubblico entusiasta sia una dura critica. Il secondo sesso era talmente controversa che il Vaticano lo mise (insieme con il suo romanzo, I mandarini) nell’Indice dei libri proibiti. Al tempo in cui Il secondo sesso fu scritto, era stata fatta pochissima filosofia seria sulle donne da una prospettiva femminista. Con l’eccezione di una manciata di libri, trattamenti sistematici dell’oppressione delle donne, sia storicamente sia nell’età moderna erano quasi sconosciuti. Impressionante per l’ampiezza della ricerca e la profondità delle sue intuizioni centrali, Il secondo sesso rimane a tutt’oggi uno dei testi fondamentali nella filosofia, nel femminismo, e negli studi delle donne.

La tesi principale de Il secondo sesso ruota intorno all’idea che la donna è stata tenuta in un rapporto di lunga data di oppressione all’uomo attraverso la sua retrocessione a essere l”Altra” nei confronti dell’uomo. In accordo con la filosofia hegeliana e sartriana, Beauvoir scopre che il sé ha bisogno dell’alterità, al fine di definire se stesso come soggetto; la categoria dell’alterità, dunque, è necessaria alla costituzione di sé come sé. Tuttavia, il movimento di auto-comprensione attraverso l’alterità dovrebbe essere reciproco che nel senso che il sé è spesso altrettanto oggettivato dal suo altro come il sé lo oggettiva. Quello che Beauvoir scopre nella sua indagine multiforme nella situazione della donna, è che la donna è costantemente definita come l’Altra dall’uomo che assume il ruolo del Sé. Come spiega Beauvoir nella sua introduzione, la donna <<è l’incidentale, l’inessenziale, in contrasto con l’essenziale. Egli è il Soggetto, lui è l’Assoluto, lei è l’Altro.>> Inoltre, Beauvoir sostiene che l’esistenza umana sia un gioco ambiguo tra trascendenza e immanenza, eppure gli uomini hanno avuto il privilegio di esprimere la trascendenza attraverso progetti, mentre le donne sono state costrette nella vita ripetitiva e non creativa dell’immanenza. Beauvoir propone quindi di indagare su come questo rapporto radicalmente disuguale sia emerso così come su quali strutture, atteggiamenti e presupposti continuano a mantenere il suo potere sociale.

L’opera è divisa in due temi principali. Il primo libro indaga i “Fatti e miti” sulle donne da multiple prospettive, tra cui il quella biologico-scientifica, psicoanalitica, materialista, storico, letteraria e antropologica. In ognuno di questi trattamenti, Beauvoir è attenta a sostenere che nessuno di essi è sufficiente a spiegare la definizione della donna come Altro o la sua conseguente oppressione. Tuttavia, ciascuno di essi contribuisce alla situazione generale della donna come l’Altro sesso. Ad esempio, nella sua discussione della biologia e della storia, osserva che le donne sperimentano certi fenomeni come la gravidanza, l’allattamento, le mestruazioni e che sono estranei all’esperienza degli uomini e che contribuiscono così ad una marcata differenza nella situazione delle donne. Tuttavia, questi eventi fisiologici in nessun modo fanno direttamente sì che la donna sia subordinata all’uomo, perché la biologia e la storia non sono semplici “fatti” di un osservatore imparziale, ma sono sempre incorporati in e interpretati da una situazione. Inoltre, lei riconosce che la psicoanalisi e il materialismo storico contribuiscono a enormi intuizioni nella vita sessuale, familiare e materiale della donna, ma non riescono a spiegare l’intero quadro. Nel caso della psicoanalisi, essa nega la realtà della scelta e, nel caso del materialismo storico, trascura di prendere in considerazione l’importanza esistenziale dei fenomeni che riduce a condizioni materiali.

La discussione più filosoficamente ricca del libro I viene nell’analisi dei miti da parte di Beauvoir. Lì affronta il modo in cui le precedenti analisi (biologica, storica, psicoanalitica, ecc) contribuiscono alla formulazione del mito dell’ “eterno femminino”. Questo mito paradigmatico, che integra in esso molteplici miti della donna (come il mito della madre, della vergine, della madrepatria, della natura, ecc) tenta di intrappolare la donna in un ideale impossibile negando l’individualità e la situazione di tutti i diversi tipi di donne. Infatti, l’ideale stabilito dall’Eterno Femminino fonda un’aspettativa impossibile perché le varie manifestazioni del mito della femminilità appaiono come contraddittorie e raddoppiate. Ad esempio, la storia ci mostra che per le molte rappresentazioni della madre come la rispettata custode della vita, ci sono altrettante raffigurazioni di lei come l’odiato presagio della morte. La contraddizione che l’uomo sente ad essere nato e a dover morire viene proiettata sulla madre che prende la colpa per entrambi. Così la donna come madre è sia odiata sia amata e le singole madri sono irrimediabilmente catturate nella contraddizione. Questo operazione raddoppiata e contraddittoria appare in tutti i miti femminili, costringendo così le donne a prendere ingiustamente l’onere e la colpa per l’esistenza.

Il Libro II inizia con la più famosa affermazione di Beauvoir: <<Donne non si nasce, lo si diventa.>> Con questo, Beauvoir vuole distruggere l’essenzialismo che sostiene che le donne nascono “femminili” (in base a come lo definisce qualsiasi cultura e tempo), ma sono invece costruite per essere tali attraverso l’indottrinamento sociale. Utilizzando una vasta gamma di racconti e osservazioni, la prima sezione del libro II ripercorre la formazione della donna dalla sua infanzia, attraverso l’adolescenza e, infine, alle sue esperienze di lesbismo e iniziazione sessuale (se lei ne ha). In ogni fase, Beauvoir illustra come le donne sono costrette ad abbandonare le loro pretese di trascendenza e di soggettività autentica attraverso un’accettazione sempre più stringente del ruolo “passivo” e “alienato” per le necessità “attive” e “soggettive” dell’uomo. La passività e l’alienazione della donna vengono esplorati in quello che Beauvoir intitola la “Situazione” e le sue “Giustificazioni”. Beauvoir studia i ruoli di moglie, madre e prostituta per mostrare come le donne, invece di trascendere attraverso il lavoro e la creatività, sono costrette alle monotone esistenze dell’avere figli, curare la casa ed essere i recipienti sessuali della libido maschile.

Poiché mantiene la convinzione esistenzialista nella libertà ontologica assoluta di ciascun esistente indipendentemente dal sesso, Beauvoir non sostiene mai che l’uomo è riuscito a distruggere la libertà della donna o a trasformarla davvero in un “oggetto” in relazione alla sua soggettività. Lei rimane una libertà trascendente nonostante la sua oggettivazione, alienazione e oppressione.

Anche se non si può certo affermare che il ruolo della donna come l’Altro sia colpa sua, si può nemmeno dire che lei è sempre del tutto innocente nella sua sudditanza. Come intrapreso nella discussione di Per una morale dell’ambiguità, Beauvoir ritiene che vi siano molti possibili atteggiamenti di malafede, dove l’esistente fugge alla sua responsabilità in valori e credenze prefabbricati. Molte donne che vivono in una cultura patriarcale sono colpevoli della stesse azioni, e quindi sono in qualche modo complici nella propria sottomissione a causa dei benefici apparenti che può portare così come per sollievo dalle responsabilità che promette. Beauvoir discute tre particolari atteggiamenti non autentici in cui le donne nascondono la loro libertà: “La narcisista”, “La Donna Innamorata” e “La Mistica” In tutti e tre questi atteggiamenti, le donne negano la spinta iniziale della loro libertà immergendola nell’oggetto; nel caso del primo, l’oggetto è se stessa, nel secondo, il suo amato e nel terzo, l’assoluta o Dio.

Beauvoir conclude la sua opera affermando varie esigenze concrete necessarie per l’emancipazione della donna e il recupero della sua individualità. In primo luogo, chiede che alla donna sia consentito trascendere attraverso i suoi propri liberi progetti con tutti i pericoli, rischi e incertezze che questo comporta. Come tale, la donna moderna <<si vanta di pensare, agire, lavorare, creare, alle stesse condizioni degli uomini; invece di cercare di screditarli, lei si dichiara loro pari>>. Al fine di garantire l’uguaglianza della donna, Beauvoir sostiene cambiamenti nelle strutture sociali come assistenza universale per l’infanzia, uguale istruzione, contraccezione e l’aborto legale per le donne, e forse più importante, la libertà economica della donna e l’indipendenza da uomo. Al fine di raggiungere questo tipo di indipendenza, Beauvoir ritiene che le donne potranno beneficiare in una certa misura dal lavoro non-alienante, produttivo e di non-sfruttamento. In altre parole, Beauvoir crede che le donne potranno beneficiare enormemente dal lavoro. Per quanto concerne il matrimonio, la famiglia nucleare è dannosa per entrambi i partner, soprattutto per la donna. Il matrimonio, come ogni altra scelta autentica, deve essere scelto attivamente e in ogni momento, altrimenti si tratta di una fuga dalla libertà in un’istituzione statica.

L’enfasi di Beauvoir sul fatto che le donne hanno bisogno di accedere agli stessi tipi di attività e progetti degli uomini la pone in qualche misura nella tradizione liberale, o di seconda ondata del femminismo. Lei esige che le donne siano trattate come uguali agli uomini e che le leggi, i costumi e l’istruzione debbano essere modificati per incoraggiare ciò. Tuttavia, Il secondo sesso mantiene sempre la sua fondamentale convinzione esistenzialista che ogni individuo, senza distinzione di sesso, di classe o di età, dovrebbero essere incoraggiato a definire se stesso e ad assumere la responsabilità individuale che viene con la libertà. Ciò richiede di concentrandosi non solo sulle istituzioni universali, ma sul situato esistente individuale che lotta nell’ambiguità dell’esistenza.

 

4. Letteratura

a. Romanzi

Nelle sue autobiografie, Beauvoir sosteine spesso che, anche se la sua passione per la filosofia era per tutta la vita, il suo cuore era sempre desiderava intensamente diventare un autore di grande letteratura. Quello che è riuscita a fare è scrivere iscritto alcuna della migliore letteratura esistenzialista del 20° secolo. Proprio come Camus e Sartre scoprirono, la preoccupazione dell’esistenzialismo per l’individuo gettato in un mondo assurdo e costretto ad agire, si presta bene al mezzo artistico della narrativa. Tutti i romanzi di Beauvoir incorporano temi, domande e problemi esistenzialisti nel suo tentativo di descrivere la situazione umana in tempi di crisi personale, sconvolgimenti politici e tensioni sociali.

Il suo primo romanzo, L’invitata (L’invitée) venne pubblicato nel 1943. Aprendosi con una citazione da Hegel sul desiderio di autocoscienza per cercare la morte dell’altro, il libro è un complesso studio psicologico delle battaglie intraprese per l’individualità. Ambientato durante il periodo che avrebbe portato alla seconda guerra mondiale, ripercorre la complessità della guerra in relazioni individuali. La protagonista, Françoise è costretto a sperimentare la consapevolezza di non essere il centro del mondo e che la suo relazione con il suo amato, Pierre non è garantita, ma deve, come tutte le relazioni, essere costantemente scelta e vinta. Questo lavoro le portò riconoscimento e la condusse alla stesura di uno dei suoi più acclamati romanzi, Il sangue degli altri (Le sang des autres) nel 1945. Questo lavoro comincia a prendere in considerazione la responsabilità sociale che il proprio tempo richiede. Ambientato durante l’occupazione tedesca della Francia, segue la vita del leader Patrioti, Jean Blomart e la sua agonia nel mandare la sua amata ala morte. Questo lavoro venne proclmamato come uno dei massimi romanzi esistenziali della Resistenza e si pone come una testimonianza della spesso tragica contraddizione tra la responsabilità che abbiamo verso noi stessi, verso coloro che amiamo e verso il nostro popolo e l’umanità nel suo insieme.

Nel 1946, Beauvoir pubblicò Tutti gli uomini sono mortali (Tous les hommes sont mortels), che ruota attorno alla questione della mortalità e dell’immortalità. Quando un’aspirante attrice scopre che un uomo misterioso e cupo è immortale, diventa ossessionata con la propria immortalità che crede sarà portata avanti da lui nell’eternità dopo la sua morte. Anche se questo lavoro non fu altrettanto ben accolto dalla critica e dal pubblico, è particolarmente provocante con i fenomeni del tempo e della mortalità e il desiderio che tutti gli esseri umani condividono di raggiungere l’immortalità in qualsiasi forma possibile, e come questo porta ad una negazione dell’esperienze vissute qui e ora.

I Mandarini (Les mandarins), il romanzo di Beauvoir più famoso e acclamato dalla critica fu pubblicato nel 1954 e subito dopo vinse il prestigioso premio francese per la letteratura, il Prix Goncourt. Questo lavoro è uno studio approfondito delle responsabilità che l’intellettuale ha per lla sua società. Esso esplora le virtù e le insidie ​​della filosofia, del giornalismo, del teatro e della letteratura mentre questi mezzi cercano di parlare alla loro età e di attuare cambiamento sociale. I mandarini porta un certo numero di preoccupazioni personali di Beauvoir in quanto si indugia con i temi del comunismo e del socialismo, le paure dell’imperialismo americano e della bomba nucleare, e il rapporto dell’intellettuale individuale nei confronti di altri individui e della società. Solleva anche le questioni di fedeltà personale e politica e come di come le due spesso siano in conflitto con risultati tragici. Infine, il romanzo di Beauvoir, Les Belles Images (1966), esplora la costellazione di relazioni, ipocrisia e costumi sociali nella società parigina.

b. Racconti brevi

Beauvoir scrisse anche due raccolte di racconti. La prima, Lo spirituale un tempo (Quand prime le spirituel) non fu pubblicato fino al 1979, anche se era la sua prima opera di narrativa presentata (e respinta) per la pubblicazione (nel 1937). Dato che gli anni ’30 erano favorevoli sia alle scrittrice donne sia a storie sulle donne, non è così peculiare che questa collezione sia stata respinta solo per essere riscoperta e stimata oltre 40 anni più tardi. Questo lavoro offre un affascinante spaccato sulle preoccupazioni di Beauvoir con le donne e i loro atteggiamenti e situazioni unici molto prima della stesura de Il secondo sesso. Diviso in cinque capitoli, ognuno intitolato con il nome della protagonista femminile, espone l’ipocrisia dell’alta società francese che nasconde i propri interessi dietro un velo di assoluti intellettuali o religiosi. Le storie prendono i temi delle esigenze devastanti della pietà religiosa e della rinuncia individuale, la tendenza ad esaltare la nostra vita per gli altri e la crisi d’ identità quando siamo costrett* a confrontarci con i nostri inganni, e la difficoltà di essere una donna sottomessa all’educazione e aspettative borghesi e religiose. La seconda collezione di racconti di Beauvoir,Una donna spezzata (La femme rompue), fu pubblicata nel 1967 e venne accolta consideratamente bene. Anche questo offre lo studio separato di tre donne, ognuna dei quali vive in malafede, in una forma o nell’altra. Come ognuna incontra una crisi nelle sue relazioni familiari, si impegna in una fuga dalla sua responsabilità e libertà. Questa collezione espande temi presenti nella sua etica e femminismo della complicità spesso negato nella propria rovina.

c. Teatro

Beauvoir scrisse una sola opera teatrale, Le bocche inutili (Les bouches inutiles) che fu messa in scena nel 1945, lo stesso anno della fondazione di Les Temps Modernes. Chiaramente invischiata in questioni dell’Europa della seconda guerra mondiale, il dilemma di quest’opera si concentra su chi vale la pena sacrificare per il bene del collettivo. Questo pezzo venne influenzato dalla storia delle città italiane del 14 ° secolo, quando sotto assedio e di fronte a inedia di massa, lasciarono via i vecchi, i malati, i deboli, le donne e i bambini a se stessi in modo che ci potesse essere a sufficienza per gli far tenere più a lungo gli uomini forti. L’opera è ambientata in tali circostanze che risuonavano ossessivamente della Francia occupata dai nazisti. Fedele agli impegni etici di Beauvoir, che afferma la libertà e la santità del singolo solo all’interno della libertà e del rispetto per la sua comunità, la città decide di salire insieme e di sconfiggere il nemico o morire insieme. Anche se l’opera contiene una serie di temi esistenzialisti, etici e femministi importanti e ben sviluppati, non ebbe altrettanto successo quanto le sue altre espressioni letterarie. Anche se lei non scrisse più per il teatro, molti dei personaggi dei suoi romanzi (per esempio in L’invitata, Tutti gli uomini sono mortali, e I mandarini) sono drammaturghi e attori, mostrando la sua fiducia nelle arti teatrali per trasmettere i cruciali dilemmi esistenziali socio-politici

5. Studi Culturali

a. Osservazioni di viaggio

Beauvoir fu sempre appassionata di viaggi e intraprese molte avventure da sola o con Sartre e altr*. Due viaggi ebbero un impatto enorme su di lei e furono la spinta di due importanti libri. Il primo, L’America giorno per giorno (L’Amérique au jour le jour) venne pubblicato nel 1948, l’anno dopo il suo giro di conferenze negli Stati Uniti nel 1947. Durante questa visita, trascorse del tempo con Richard e Ellen Wright, incontrò Nelson Algren, e visitò numerose città americane come New York, Chicago, Hollywood, Las Vegas, New Orleans e San Antonio. Durante il suo soggiorno, fu commissionata dal New York Times per scrivere un articolo intitolato, “Un’esistenzialista guarda gli americani,” che apparvee il 25 maggio 1947. Offre una critica penetrante degli Stati Uniti come un paese così pieno di promesse, ma anche uno che è schiavo della novità, della materia culturlae, e di una fissazione patologica sul presente a scapito del passato. Questi temi si ripetono in maggior dettaglio in L’America giorno per giorna che affronta anche il tema delle tese relazioni razziali dell’America tesi razziali, dell’imperialismo, dell’anti-intellettualismo, e delle tensioni di classe.

La seconda grande opera venuta dai viaggi di Beauvoir derivò dal suo viaggio di due mesi in Cina con Sartre nel 1955. Pubblicato nel 1957, La lunga marcia (La Longue Marche) è un resoconto generalmente positivo del vasto paese comunista. Anche se disturbata dalla censura e dall’attenta coreografia della loro visita da parte dei comunisti, trovò che la Cina stesse lavorando ad un miglioramento nella vita della sua gente. I temi del lavoro e delle difficoltà del lavoratore sono comuni durante tutta quest’opera, come lo è la situazione delle donne e della famiglia. Nonostante l’ampiezza della sua indagine e il desiderio per conto di Beauvoir di studiare una cultura completamente straniere, fun imbarazzo sia critico sia personale. Ammise più tardi che venne fatto di più per fare soldi che per offrire una seria analisi culturale della Cina e del suo popolo. Indipendentemente da queste critiche abbastanza giustificate, si erge come un’interessante esplorazione della tensione tra capitalismo e comunismo, il sé e l’altr*, e che cosa significa essere liber* in diversi contesti culturali.

b. La terza età

Nel 1967, Beauvoir iniziò uno studio monumentale dello stesso genere e calibro de Il secondo sesso. La terza età (La Vieillesse) 1970) incontrato un immediato successo della critica immediato. Il secondo sesso era stato accolto con notevole ostilità da molti gruppi che non volevano confrontarsi con una sgradevola critica dei loro atteggiamenti sessisti e oppressive nei confronti delle donne; La terza età tuttavia, fu generalmente ben accolto nonostante critichi anch’esso i pregiudizi della società nei confronti di un altro gruppo oppresso: gli anziani. Questo lavoro magistrale prende la paura dell’età come un fenomeno culturale e cerca di dare voce a una classe detestata e messa a tacere di esseri umani. Scagliandosi contro le ingiustizie subite dai vecchi, Beauvoir complica con successo un problema fin troppo semplificato. Ad esempio, osserva che, a seconda del proprio lavoro o classe, la vecchiaia può venire prima o dopo. Coloro che sono materialmente più avvantaggiati possono permettersi buona medicina, cibo e ed esercizio fisico, e vivere così più a lungo e invecchiare meno rapidamente di un minatore che è vecchio a 50 anni. Inoltre, nota il rapporto filosoficamente complesso tra l’età e la povertà e l’età e la disumanizzazione.

Come aveva fatto con Il secondo sesso, Beauvoir affronta il tema de La terza età da una varietà di prospettive, tra cui quella biologica, antropologica, storica e sociologica. Inoltre, esplora la questione dell’età dal punto di vista dell’essere umano anziano e vivente in relazione al suo corpo, al tempo e al mondo esterno. Proprio come con Il secondo sesso, questo lavoro successivo è diviso in due libri, il primo che si occupa della “Terza etò come si vede dall’esterno” e la seconda dell'”Essere-nel-Mondo.” Beauvoir spiega la motivazione di questa divisione nella sua Introduzione, dove scrive: <<Ogni situazione umana può essere vista dall’esterno, vista dal punto di vista di un estraneo, o dall’interno, nella misura in cui il soggetto la assume e allo stesso tempo la trascende.>> Continuando a sostenere la sua convinzione nella fondamentale ambiguità fondamentale dell’esistenza che si trova sempre in cima alla contraddizione tra immanenza e trascendenza, oggettività e soggettività, Beauvoir tratta il tema dell’età, sia come oggetto di conoscenza storico-culturale sia come l’esperienza vissuta di prima mano da individui invecchiati.

Quello che conclude dalla sua indagine nell’esperienza, paura e stigma della vecchiaia è che anche se il processo di invecchiamento e il declino nella morte è un ineludibile fenomeno esistenziale per quegli esseri umani che vivono abbastanza a lungo da sperimentarlo, non c’è alcuna necessità nel nostro disgusto per i membri anziani della società. C’è una certa accettazione della paura dell’età sentita dalla maggior parte delle persone perché si trova ironicamente più di opposto alla vita più di quanto non faccia la morte. Tuttavia, questo non richiede che gli anziani si rassegnino semplicemente ad aspettare la morte o che i membri più giovani della società li trattino come la classe invisibile. Piuttosto, Beauvoir sostiene in puro stile esistenzialista che la vecchiaia deve comunque essere un momento di progetti e rapporti con gli altri creativi e significativi. Questo significa che sopra ogni altra cosa, la vecchiaia non deve essere un momento di noia, ma un momento di continua azione politica e sociale. Ciò richiede un cambiamento nell’orientamento tra gli anziani stessi e nella società nel suo insieme che deve trasformare la sua idea che una persona è importante solo nella misura in cui è sono redditizia. Invece, sia gli individui sia la società devono riconoscere che il valore di una persona si trova nella sua umanità, che non è influenzata dall’età.

c. Opere autobiografiche

Nella sua autobiografia, Beauvoir ci racconta che nel voler scrivere su lei stessa doveva spiegare prima cosa significasse essere una donna e che questa realizzazione è stata la genesi de Il secondo sesso. Tuttavia, Beauvoir intrapreso anche con successo la narrazione della sua vita in quattro volumi di autobiografia dettagliate e filosoficamente ricca. Oltre a dipingere un quadro vivace della sua vita, Beauvoir ci dà anche accesso ad altre figure influenti del 20° secolo che vanno da Camus, Sartre e Merleau-Ponty, a Richard Wright, Jean Cocteau, Jean Genet, Antonin Artaud e Fidel Castro tra molti altri. Anche se la sua autobiografia copre sia temi non-filosofici che filosofici, è importante non sottovalutare il ruolo che l’autobiografia ha nello sviluppo teorico di Beauvoir. Infatti, molti altri esistenzialisti, come Nietzsche, Sartre e Kierkegaard, abbracciano l’autobiografico come una componente chiave del filosofico. Beauvoir sostenette sempre l’importanza della situazione e dell’esperienza del singolo di fronte alla contingenza e all’ambiguità dell’esistenza. Attraverso il racconto della sua vita, ci viene dato un quadro unico e personale delle lotte di Beauvoir come filosofa, riformatrice sociale, scrittrice e donna in un tempo di grande successo culturale e artistico e di sconvolgimenti politici.

Il primo volume della sua autobiografia, Memorie di una ragazza perbene (Mémoires d’une jeune fille rangée, 1958), ripercorre l’infanzia di Beauvoir, il suo rapporto con i genitori, la sua profonda amicizia con Zaza e la sua educazione attraverso i suoi anni alla Sorbona. In questo volume, Beauvoir mostra lo sviluppo della sua personalità intellettuale e indipendente e le influenze che condussero alle sue decisioni per diventare una filosofa e scrittrice. Presenta anche una foto di una donna che era critica della sua classe e delle sue aspettative per le donne fin dalla tenera età. Il secondo volume della sua autobiografia, L’età forte (La Force de l’Âge, 1960) è spesso considerato come il più ricco di tutti i volumi. Come Memorie di una ragazza perbene, fu ben accolto commercialmente e criticamente. Riprendendo gli anni dal 1929 al 1944, Beauvoir ritrae sua transizione da studentessa ad adulta e la scoperta della responsabilità personale in guerra e pace. In molti punti, esplora le motivazioni per molti dei suoi lavori, come Il secondo sesso e I mandarini. Il terzo capitolo della sua autobiografia, La forza delle cose (La force des choses, 1963, pubblicato in due volumi separati) si occupa del lasso di tempo tra la conclusione della seconda guerra mondiale nel 1944 e l’anno 1962. In questi volumi, Beauvoir diventa sempre più consapevole della responsabilità politica dell’intellettuale nei confronti del suo paese e dei suoi tempi. Nei volumi tra il 1944 e il 1952 (Dopo la guerra) Beauvoir descrive la fioritura intellettuale della Parigi del dopoguerra, ricca di aneddoti su scrittori, registi e artisti. Il volume che si concentra sul decennio tra il 1952 e il 1962 (Tempi duri), mostra una Beauvoir molto più contenuta e un po’ cinica che viene a patti con la fama, l’età e le atrocità politiche condotte dalla Francia nella guerra con l’Algeria (ripreso nel suo lavoro con Gisèle Halimi e con il caso di Djamila Boupacha). A causa della sua brutale onestà sui temi dell’invecchiamento, della morte e della guerra, questo volume della sua autobiografia fu meno ben accolto rispetto ai due precedenti. Il volume finale nella cronaca della sua vita traccia gli anni dal 1962 al 1972. A conti fatti, (Tout compte fait, 1972) mostra una filosofo e femminista più vecchia e saggia che guarda indietro alla sua vita, alle sue relazioni e e alle sue realizzazioni e riconosce che era tutto per il meglio. Qui Beauvoir mostra i suoi impegni verso il femminismo e il cambiamento sociale in una chiarezza solo accennata nei volumi precedenti e continua a lottare con le virtù e le insidie ​​del capitalismo e del comunismo. Inoltre, torna alle opere del passato come Il secondo sesso, per rivalutare le sue motivazioni e le sue conclusioni sulla letteratura, la filosofia, e l’atto del ricordare. Ritorna di nuovo ai temi della morte e del morire e al loro significato esistenziale mentre comincia a sperimentare la morto di coloro che ama.

Anche se non considerati esattamente come “autobiografia,” vale la pena ricordare altri due aspetti della letteratura auto-rivelatoria di Beauvoir. Il primo consiste nei suoi lavori sulla vita e la morte dei propri cari. In questa zona, troviamo il suo racconto sensibile e personale della morte di sua madre in Una morte dolcissima (Une mort très douce, 1964). Questo libro è spesso considerato come uno dei migliori di Beauvoir nella sua rappresentazione giorno dopo giorno dell’ambiguità dell’amore e dell’esperienza della perdita. Nel 1981, dopo la morte di Sartre nell’anno precedente, pubblicò La cerimonia degli addii (La Cérémonie des Adieux), che racconta la progressione di un Sartre anziano e infermo verso la sua morte. Questo lavoro fu piuttosto controverso in quanto molti lettori persero le sue qualità come un omaggio al grande e compianto filosofo e invece lo considerarono un’esposizione inappropriata della sua malattia.

Il secondo aspetto della vita di Beauvoir che può essere considerato autobiografico sono la pubblicazione da parte di Beauvoir delle lettere di Sartre a lei in Lettere al Castoro e qualche altro (Lettres au Castor et à Quelques Autres, 1983) e della propria corrispondenza con Sartre in Lettere a Sartre pubblicati dopo la sua morte nel 1990. Infine, A Transatlantic Love Affair, compilato da Sylvie Le Bon de Beauvoir nel 1997 e pubblicato nel 1998, presenta le lettere di Beauvoir (originariamente scritte in inglese) a Nelson Algren. Ognuna di queste opere ci fornisce un’altra prospettiva nella vita di uno dei più potenti filosofi del 20° secolo e uno dei più influenti intellettuali femminili sulla storia del pensiero occidentale.

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2 thoughts on “Simone de Beauvoir | IEP – Shannon Mussett

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