Le montagne dove donne vivono come uomini | M. Paterniti e J. Peters – GQ

Fonte: GQ – The Mountains Where Women Live as Men | Testo di Michael Paterniti e foto di Jill Peters (Marzo 2014)

Shkurtan, una volta leader comunista

È iniziato centinaia di anni fa, nel profondo delle Alpi albanesi: una tradizione insolita, in cui le donne, con opzioni limitate nella vita, prestavano giuramento come burrnesha. Un impegno a vivere come un uomo. A vestirsi come un uomo, a lavorare come un uomo, ad assumere gli oneri e le libertà di un uomo. Ma queste libertà venivano ad un prezzo: i burrneshas facevano anche promessa di celibato per tutta la vita. Oggi queste vergine giurate vivono ancora, ma il loro numero è diminuito. Molti albanesi non sanno nemmeno che esistono. Cosa succede quando la società che ti ha creato non ha più bisogno di te? E come vivi nel frattempo?

Non riuscivo a decifrare le fotografie all’inizio.

Erano arrivate ​​collegate in un’email da un amico, con una didascalia che diceva: Spettacolare. Erano ritratti a colori, scattati di recente, apparentemente di uomini anziani che avevano vissuto un po’. Almeno questo era ciò che l’evidenza suggeriva: erano vestiti come uomini anziani, e la macchina fotografica sembrava considerarli come uomini anziani, se da un altro tempo, come gli anni ’40 o ’50. Ma c’era qualcosa nei loro occhi, e talvolta nelle mani, persino nel portamento delle ossa, una morbidezza che mi faceva interrogare.

Più fissavo quelle sulle fotografie, più notavo qualcos’altro. In immagine dopo immagine, i volti possedevano una qualità ultraterrena. Questo è il più vicino a cui posso arrivare: i loro occhi sembravano guardare costantemente, sfacciatamente la macchina fotografica — o il cielo in alto, come se potessero volare via.

Queste erano burrneshas, ​​diceva il testo, o donne che si vestivano e vivevano come uomini, in regioni isolate del nord dell’Albania, terra di costumi ultraconservatori. C’erano severe ragioni severe per questa trasformazione, che erano state istituite circa 500 anni prima, come parte di un canonico medievale di leggi note come il Kanun. Oggi esistono ancora forse solo poche decine di burrneshas — e la tribù sta rapidamente diminuendo.

Nelle foto, le burrneshas posavano e fissavano lo sguardo con aria sognante, scomparivano dietro nuvole di fumo di sigaretta o sedevano erette su una sedia, circondate dalla famiglia, sorridendo con benevolenza. La loro vulnerabilità sembrava una forza. E mi venne in mente che forse stavo guardando la cosa più rara di tutte, una realizzazione completa. O trascendenza. In questo caso, come ci erano riuscite?

Fissai le fotografie per così tanto tempo, meditando su queste domande, che persi la cognizione del tempo. Fino a quando non ho sentito una mucca muggire. E poi, in piedi davanti a me c’era Haki.

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Hajdari, nella fattoria di Shkurtan.

Era un mite pomeriggio di novembre, e Haki stava in piedi nella luce del suo giardino, fumando con un bastone e un bocchino, il tabacco del suo mozzicone di Karelia [marca di sigarette] che ardeva rabbiosamente. Indossava una giacca di pelle, pantaloni tenuti in alto, e una camicia in tartan Possedeva un ciuffo grigio di capelli e i suoi occhi somigliavano a quelli di Charles Bronson. Anche se aveva 71 anni, sembrava puerile e agile, anche se un po’ gobbo. Srotolato, avrebbe comunque raggiunto solo un metro e mezzo.

La casa di Haki era fatta di pietra, così come il fienile con il vitello all’interno, il tutto collocato in una valle perduta. Non c’era una strada dritta per raggiungere questo posto. Quindi, insieme con il mio traduttore — un robusto giovanotto di nome Ermal, che, anche se un buon navigatore, guidava con tutta la sottigliezza della Nona di Beethoven — avevamo viaggiato a nord sulla strada statale albanese recentemente completata dalla capitale Tirana fino al Kosovo, dove siamo stati fermati ad un checkpoint di mezzanotte da soldati annoiati che portavano AK-47, poi ci siamo ricollegati ad una tasca montuosa nel nord dell’Albania.

Come è venuto fuori, era dannatamente difficile trovare queste burrneshas. Avevamo guidato su per tornanti e giù per strade sterrate.

«Che cos’è?» aveva chiesto Ermal. «Sei deluso?» Si era rivelato essere un compagno intuitivo.

«È come cercare unicorni» avevo detto.

«Sì», aveva detto, accelerando fino quasi a tamponare un’auto di fronte a noi, poi pigiò il freno. «Ma le burrnesha sono reali» aveva detto, le nostre teste unite in un colpo di frusta «e gli unicorni non sono.»

Adesso c’è stata la cosa in carne ed ossa, sputando veleno. Altri giornalisti avevano visitato Haki in passato, a volte facendo domande che considerava impertinenti. Alcuni aveva voluto sapere se era davvero solo una lesbica sotto mentite spoglie — e questo aveva innescato una profonda ferita.

«Mi spezza il cuore che qualcuno faccia domande del genere», ha detto, raccogliendo una foglia di tabacco dalla punta della sua lingua. «Odio essere utilizzato. Dio mi ha dato quello che sono, e ho mi sono arrangiato. Essere lesbica, questo non è nemmeno ciò che costituisce essere unburrnesha».

«Non confondere chi sono io con l’essere lesbica», ha detto, «o ti prendo a calci negli stinchi.»

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La parola burrnesha si traduce come “lui-lei”. E come la maggior parte dei burrneshas, ​​Haki era una vergine che aveva fatto un voto di castità che lo aveva elevato a una posizione un tempo onorata nella comunità, quella della persona “nel mezzo”. Le origini della tradizione non erano chiare, ma storicamente, quando gli eredi maschi di una famiglia erano morti o erano stati uccisi e la proprietà non potevano più essere passata in modo patrilineare, veniva fatta una concessione: se rimaneva una figlia vergine, avrebbe potuto assumere il ruolo di patriarca giurando davanti a una dozzina di anziani del villaggio che sarebbe rimasta celibe per il resto della sua vita. Con questa dichiarazione, il burrnesha metteva al sicuro i terreni, e l’onore, della famiglia. Era, come mi ha detto un osservatore, “una scelta di forza, non di felicità”, un costrutto sociale e un atto disinteressato per proteggere la famiglia.

Il caso di Haki era un po’ diverso. Era quasi nato per il suo stato di burrnesha. I suoi genitori avevano tredici figli, ha detto, ed lui era il terzo. Quando sua madre era incinta di lui, un vecchio derviscio itinerante dal Kosovo era passato per il villaggio, e sapendo che la sua testa era ricercata in una faida, aveva chiesto un appezzamento sul terreno della famiglia per venire sepolto. Il padre di Haki acconsentì, come un buon albanese e musulmano. E prima che il derviscio fu ucciso undici giorni dopo, predisse che Haki, pur nata femmina, avrebbe vissuto come un maschio. Ed è esattamente quello che è successo.

Haki aveva imparato gesti e atteggiamenti mascolini finché non divennero tutti memoria muscolare, o meglio, solo chi era. Sputava e fumava e mungeva le mucche, proprio infilava ogni gamba nei pantaloni la mattina. Imprecava, poi agiva come voleva, vivendo qui tutto da solo come faceva, raccogliendo miele dalle sue api. Alcuni burrneshas avevano senso genere talmente flessibile che si potrebbe fare riferimento a loro come ad un lui o una lei, oppure utilizzare i pronomi in modo intercambiabile. Non Haki.

Anche se la vita da burrnesha non era stato preannunciato come era successo ad Haki, o se eredi maschi erano ancora vivi, c’erano altre ragioni per cui una ragazza in Albania potrebbe desiderare di diventare un ragazzo, o una donna un uomo. Immaginate, come quando Haki era giovane, sposarvi all’età di 15, 16, 17 anni, presumibilmente con un marito che potrebbe avere 40, 50, 60 anni. La vostra prima notte di nozze, vostro padre potrebbe far scivolare una pallottola nella tua valigia, da essere utilizzata da tuo marito nel caso in cui non fossi vergine. Sareste state in piedi per tutto il vostro matrimonio, ad occhi bassi come l’umile, agiato animali che siete appena diventate, e presto vivrete con la famiglia di vostro marito, ovunque essi vivano, in una schiavitù virtuale, prendendo tutti gli ordini da loro. Non potrete mai ribattere. Non prenderete alcuna decisione, nemmeno quando si tratta dei(lle) bambine/i che avete partorito. Non fumarete o berrete o userete una fucile. Dall’alba al tramonto, la vostra vita sarà piena di duro lavoro. Secondo il Kanun: “Una donna è conosciuto come un sacco fatta per resiste finché vive nella casa di suo marito.”

Haki sedeva su una panchina sotto un albero di pesco nel suo giardino pieno di luce, inalando sigaretta dopo sigaretta nel suo bocchino, strizzando gli occhi dietro le nuvole di fumo. Le api facevano il loro miele, ed lui riusciva a malapena a contenere la sua belligeranza, anche se ci cimentava in asciutta gentilezza come meglio poteva, dato che il Kanun sottolineava anche l’importanza dell’ospitalità. Ma allora, perché avrebbe dovuto lasciare la rappresentazione della sua vita al reportage di un altro estraneo, uno che non avrebbe mai potuto capire il costo del suo viaggio? Non era un pagliaccio o un fenomeno da baracone o un intrattenitore. Tutto ciò che voleva, alla fine, era la sua assoluta libertà, che in questo paese era il metallo più prezioso di tutti.

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Shkurtan

 L’Albania si trova a 60 miglia attraverso il Mare Adriatico dall’Italia. Confina con il Montenegro e con il Kosovo a nord, con la Macedonia ad est, e con la Grecia a sud. Se non sapete nulla sulla “Terra delle Aquile,” rilassatevi. Non siete sol*. Gli albanesi amano l’arte topiaria e le porte decorate. Parlano albanese, una lingua indo-europea con tracce di greco e latino, e il lek è la loro valuta, che si scambia 100:1 con il dollaro. Il loro cibo è eccellente, un mix di cucina greca, turca e italiana, tutto molto fresco e leguminoso. Madre Teresa era albanese, così come lo era il padre di John Belushi. Gli albanesi oggi adorano le canzoni di Frank Sinatra, San Francisco di metà secolo (ma non la Sodoma dicono che sia diventata), e George W. Bush, che una volta trascorse otto ore nel paese. (Amano i nostri ex presidenti perché, come un albanese mi ha detto, hanno “grandi, palle a grandezza d’uomo”, e con la NATO, aveva mandato i jet che decimarono i serbi durante il conflitto dei Balcani.)

Ci sono altri fatti importanti: gli albanesi scuotono la testa a modo di “no” quando vogliono dire “sì” e “sì” per il “no”, che può davvero confondere un visitatore, soprattutto da ubriaco o impegnato in un acceso dibattito. Si tocccano il cuore per mostrarvi massimo rispetto, ma quando alla guida, cercheranno di schiacciarvi. Il paese è pieno strade butterate, a volte impraticabili, in modo che sembra di rimbalzare su e giù quanto più si va avanti qui, il che rende il Grand Prix quotidiano tanto più un subbuglio per lo stomaco. Nel frattempo, la società albanese è nettamente conservatrice, composta per il 30 per cento da cristiani e per il 70 per cento dei musulmani, con un disprezzo storico per i diritti delle donne, tra gli altri . In risposta alla prima parata per il gay pride tenutasi a Tirana la scorsa primavera, Ekrem Spahiu, il vice ministro della difesa, è stato citato dire dei celebranti: «Ciò che resta da fare è batterli tutti con un bastone. Se non lo capite, posso spiegarlo: batterli con un bastone di gomma».

Questo, naturalmente, è il tipo di machismo che può essere sulfurea, e l’Albania è uno dei luoghi più macho che abbia mai visto, bastone di gomma a parte. Le persone sono pronti lancare occhiate truci, piuttosto che a sorridere. E in parte a causa di questo secolare accovacciamento difensivo, questo continuo gioco da conigli dal grilleto facile, la parte settentrionale del paese è nota per la pletora di faide. Ancora oggi, si stima che 20.000 albanesi trascorrono i loro giorni a nascondersi da faide, lasciando raramente le loro case o appartamenti, saltando la scuola, fuggendo dal paese, o raccogliendosi in torri chiamati Kulla in preparazione per l’attacco imminente.

Secondo Ermal, non aiuta il fatto che i suoi fratelli albanesi sono “ipersensibili e dal sangue caldo”, soprattutto dopo ammaccature, di cui ce ne sono molte sulle strade schifose. Alcune parole di rabbia, un paio di colpi di fucile, e la prossima cosa che sai, te ne sta rintanato nell’appartamento in città della nonna per cinque anni, cercando di non farti ammazzare per punizione.

Nel frattempo, per quanto riguarda i burrneshas, ​​la maggior parte delle persone a Tirana non ha mai sentito parlare di loro o li crede essere del tutto mitici. Come gli elfi. Ermal era uno di quelli, che scuoteva la testa con un sì o un no mentre imparava di più su di loro, con un affetto vuoto. Che cosa ha capito di tutto?

Da come stavano le cose, diversi resoconti esistevano su quanti burrneshas potrebbero essere ancora vivi. Una dozzina? Il doppio? L’antropologa Antonia Young, che ha studiato i burrneshas per 25 anni, dice che ce ne potrebbero essere fino a un centinaio, ma probabilmente di meno. Un piccolo villaggio del nord, fino a poco tempo fa, ne ospitava cinque anziani. Ma poi, come il tempo continuava a marciare e i burrneshas avevano iniziato a morire, sono diventati in realtà più chiacchere che realtà, il fantasma tremolante proprio dietro l’angolo, su per questo cammino, in questa casa qui, svanendo sotto i nostri occhi, portando le loro storie fino alla tomba.

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Un altro giorno al nord, un’altra montagna da scalare. Quando i tornanti sono finiti e siamo arrivati ​​alla fine della strada, abbiamo trovato Lume, all’ombra delle scarpate calcaree, vestita dalla testa ai piedi in tenuta da fatica, berretto militare incluso. Era appollaiata su un compatto cavallo di montagna con una sella di legno grezzo che sembrava poter rivelarsi un po’ dolorosa. Lei, perché è così che si identificava, non insistendo sul “lui”, ma accettando ugualmente quando utilizzato, era la più burrnesha più rara di tutte a causa della sua età: 42 anni ma dimostrandone circa 18, lei stessa compatta e muscolosa, con capelli corvini tirati indietro, indossando bizzare scarpe da wrestling. (L’intero completo, ha orgogliosamente dichiarato, era stato acquistato in Kosovo per meno di venti dollari.) All’inizio non ha fatto contatto visivo, nascondendosi all’ombra del suo berretto. Ma quando alla fine venne tolto, le sue iridi erano di un verde da lasciare a bocca aperta.

Ci condusse a casa sua, un composto appoggiato su un pendio dietro un’elaborata recinzione di rami. Lume era la quinta di quattro fratelli e due sorelle, tutti vivi, e uno dei suoi fratelli viveva anche lui lì. Stava costruendo una nuova casa, mentre la madre di Lume condivideva la casa di Lume con lei. La cognata di Lume attraversò il piccolo cortile quando entrammo, le braccia che abbracciavano un enorme carico oversize di steli secchi. Indossava un foulard sulla testa e un sorriso sdentato; il dorso delle mani era abbronzato e sporco, con la pelle secca che si screpolava. Avrebbe potuto avere qualsiasi età dai 35 ai 65 anni.

Ognuno era occupato qui, a prepararsi per l’inverno, che si poteva iniziare a sentire nelle ombre e al calar della notte, mentre le temperature iniziavano a precipitare. La neve, quando cadeva, poteva durare fino ad agosto, quindi era importante avere tutta la propria legna da ardere tagliata e accatastata. Era importante avere cibo in da parte, e anche cibo per gli animali. Era importante che tutto fosse stato riparato e risolto prima che il peso di tutto il cielo è caduto sarebbe caduto. Anche andare a prendere l’acqua era un infido scivolo giù per la gola fino al torrente che tagliava la montagna.

Mentre il nord dell’Albania entrava rapidamente nel mondo moderno, non era come se ci fosse stata una nuova generazione di burrneshas che spuntava dietro Lume. Eppure il dubbio primato di essere forse l’ultima non aveva per lei nessuna importanza in un modo o l’altro per lei. Ha detto che il passaggio da ragazza a ragazzo non era mai stato un problema, almeno nella sua mente. Non sarebbe mai stata tenuta da un uomo, in ogni caso: «Non so cosa sia un vestito e lo saprò mai!» ha detto.

Da giovane, si vestiva in abiti da ragazzo. «Dio si prende sempre cura di noi», ha detto Lume, dopo averci mostrato casa sua e averci offerto un divano nel soggiorno. Sua cognata traghettava tè e soda mentre Lume stava seduta, i gomiti appoggiati su l’uno o l’altro ginocchio. «Quando avevo circa 12 anni, dissi: ‘Ti prego Dio, aiutami. Prego di essere una burrnesha fino alla fine’». Poi parlò con il suo baba o padre, e lui capì. Radunò i quattro fratelli di Lume e, secondo Lume, disse loro: «Con la presente d’ora in poi, questa ragazza è una vergine giurata e vivrà come un uomo. Questi saranno suoi affari. Voi vi preoccupate solo per i vostri». E i fratelli si arrabbiarono e chiesero perché. Perché, se nessuno degli uomini della famiglia era morto, avevano bisogno di un quinto fratello?

Continuarono, a gran voce: Lume dovrebbe sposare, insistevano. Li avrebbe fatti sembrare tutti sciocchi: il tempo delle vergini giurate era finito.

«Chi si prenderà cura di te?» chiesero a Lume, e lei era sprezzante. Era come se fosse stata per sposarsi, con l’egli nell’ella, con una potente idea che le/gli dava forza e azione. Nel corso del tempo, dopo che il padre morì e ogni fratello andò via dalla casa, rimase con sua madre. Cavalcava il cavallo, tagliava la legna Poteva camminare fino Tropojë e indietro, un viaggio di andata e ritorno di otto ore. Quando si era tagliata con un coltello, aveva messo del tabacco sulla ferita, anche un po ‘di zucchero, aveva preso la sua cintura e l’aveva stretta attorno al braccio. Poi aveva iniziato a scendere per la montagna per trovare un medico. In un’altra occasione, quando era in città a bere con alcuni uomini, uno di quelli giovani le aveva chiesto di unirsi a lui in un albergo, e lei aveva tirato fuori lo stesso coltello e gliel’aveva conficcato dentro.

Ora Lume ci ha portato fuori nel pomeriggio, in un piccolo campo sopra la casa. Camminava come un lottatore, con fiducia nerboruta. Si portava anche in quel modo, con le mani che occasionalmente si stringevano in pugni, e poi si scioglievano. C’erano cicatrici sulle sue dita. Indicando le ripide scogliere calcaree di un pallido arancione che incombevano sopra di noi, ha detto che una delle sue cose da fare preferite era preparare un piccolo picnic: pane; formaggi; un po’ di raki, il liquore con il tasso alcolico del 20% che era la bevanda nazionale; e fare una camminata fino a lassù e sparare ai conigli e maiali. «Non ho mai preso un maiale”, ha detto, «ma mi piacerebbe». Quando le ho chiesto che si univa a lei in quelle escursioni, ha detto, senza esitazione: «Solo io».

La luce non durava a lungo nella gola di Lume. Era come se qualcuno avesse tirato un sipario grigio-viola su tutto, e siamo tornati dentro il complesso (la cognata di Lume che trascinava un altro pesante carico di rami, Lume che sollevava la pesante sella dal suo cavallo) quando suo fratello è apparso al crepuscolo. Il volto bruciato dal sole, anche un paio di denti mancanti, aveva passato la giornata sulla montagna, a rilassarsi, facendo con un pic-nic con amici. Sbandando a destra, odorava di liquido infiammabile, tabacco e letame, e ha salutato calorosamente quasi tutti. Tranne sua sorella. Non hanno fatto alcun contatto visiso, e si sarebbe quasi potuto tagliarsi un dito su quel bordo tra di loro.

Per la prima volta, Lume sembrava restringersi un po’, con le mani che svolazzavano e atterravano nelle tasche delle sua tuta, nascoste. Non ha detto una parola, ha distolto lo sguardo. Sua madre è tornata da qualche parte, una donna prestante con ricci capelli grigi e un un’espressione sorprendente. Si potrebbe dire da dove Lume ha ottenuto il suo aspetto. E se ne stava lì, tra la madre e il fratello, il viso che scompariva nelle ombre sotto la visiera del suo berretto. In quel momento fugace, le sua tuta creva l’illusione ottica di un corpo in dissolvenza tra gli alberi, ed non era più chiaro chi potrebbe essere stata.

O nemmeno se era lì.

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Lume, la più giovane burneshka conosciuta

 Benché elementare, il nostro hotel a Tropojë soddisface le mie rigide norme d’arredamento l’URSS-incontra-I Pronipoti. Anche le lenzuola arcobaleno erano perfette. E l’uomo che parcheggiava le auto nel vialetto assomigliava esattamente a quel grande eroe albanese, e non, ah-ah, non sto parlando di re Zog, superstite di cinquantacinque tentati assassini, ma di George W. Bush. Infatti, la gente del posto chiamava il nostro concierge del parcheggio “George Bushie”. E lui rispondeva sempre con un enorme sorriso, che era molto inusuale in questo posto altrimenti triste. Ma lui assomigliava davvero a Georgie Bushie. Ed era il tizio più sorridente di tutta l’Albania per questo.

La mattina dopo aver visto Lume, mi sono trovato nella caffetteria dell’hotel, ad osservare una stanza piena di uomini dall’aria scontrosa in cappotti scuri, che si guardavano l’un l’altro con sospetto. I patriarchi della città dominavano veramente l’uccisione pigra se non paranoica delle ore diurne, succhiando nicotina e caffeina.

Seduto lì, mescolando lo zucchero nel mio caffelatte pensavo al mio bar a casa e a come, ogni giorno, si potrebbe dare per scontato il flusso egalitaria , il mescolamento di stereotipi di genere: una donna con addosso scarpe sportive slacciate e una felpa larga; un tizio in un kilt che prova a rimorchiare il barista mentre indossa un kilt; una coppia etero in sciarpe abbinate a chiacchierare di olio d’oliva. Che significava tutto questo? Niente, si spera. A meno che non se ne avesse avuto bisogno. A meno che non si dovesse spostare il bar in alcune parti del Wyoming, o in Albania.

«Voi americani conoscete troppa libertà», Ermal aveva detto senza mezzi termini mentre guidava di nuovo fuori città, nella pianura lussureggiante che ci avrebbe portato ad un altro burrnesha, chiamato Hajdari. Ermal era una meraviglia di un ragazzo che aveva recentemente trovato Gesù, nostro Signore e Salvatore, e sembrava sempre avere occhi aperti per bagni puliti lungo la strada, nel caso ce ne fosse bisogno. Più di una volta, era ritornato alla macchina, annuendo enfaticamente con la testa sì, il che significava no. «Non adatto ad un bisogno pesante», diceva, scacciando i servizi con un gesto della mano. Ora ha chiesto se credevo nel matrimonio gay, ma prima che potessi rispondere, ha dichiarato la sua opposizione inequivocabile.

«Mia moglie è la mia migliore amica», ha detto, e poi: «Gli esseri umani hanno bisogno di regole e confini».

Hajdari, che aveva 86 anni, viveva in una fattoria ben tenuta, e lo abbiamo trovato seduto lì su un divano nel suo salotto, un vecchio televisore a colori che infuriava con il volume abbassato. Era vestito in modo drammatico, sfoggiando un gilè giubbotto rosso, un dolcevita bianco con un camicia bianca dal colletto vistoso e pantaloni bianchi con delle strisce da corsa di pelliccia nera a zig-zag sulle cosce. Ma era l’orologio da polso oversize tempestato di diamanti falsi che catturava l’occhio; in passato, era raro per le donne di indossare orologi, e Hajdari ne era giustamente orgoglioso, come era orgoglioso di tutto ciò che chiamava casa.

Era stata una buona vita, “una vita felice”, come diceva lui, ma comunque, ogni vita ha le sue sfide. Non si sarebbe potuto semplicemente schioccare le dita e avere subito la felicità. È venuta nella lotta. Hajdari aveva affrontato il suo primo, e forse il più grande, ostacolo, quando era una lei, e aveva solo 6 anni. Che vestiti sei nat* per indossare? Questa era la domanda essenziale a cui la maggior parte delle/dei burrneshas poteva ridurre il proprio bivio. La società considerada i tuoi attributi fisici, poi ti rendeva un ragazzo o una ragazza. Non venivi consultato, ma poi eri intrappolato e programmato: ti piaceranno questi colori. Apprezzerai, o almeno soffrirai, questi inseguimenti. Non guarderai tuo marito negli occhi. Incoraggerai gli uomini a vendicare la morte di tuo fratello.

Ci sono state molte vittime di questa rigida linea rigida di pensiero, forse un intero paese.

Ma a sei anni, Hajdari aveva preso ad indossare anche abiti da ragazzo, e per risposta sua madre l’aveva vestita in eleganti abiti da ragazza. Hajdari si rannicchiava sotto il letto, colpita da acuta vergogna, tremando. Poi sua madre aveva cercato di scacciare l’impulso fuori lei, con una cintura, dicendo che stava violando la volontà di Dio, che è servivo solo a raddoppiare la risolutezza di Hajdari. Questa non era una scelta, questa spinta sartoriale; era un bisogno. Il suo corpo di lei ragazza vestito come quello di un ragazzo. Allora cosa dovevi fare con questo?

Il padre di Hajdari, Halil, era stato fatto prigioniero durante la seconda guerra mondiale e trasportato via in Italia, dove era rimasto in prigionia per molti anni fino a quando non divennero sicuri che fosse morto e non sarebbe mai tornato. Un giorno, quando Hajdari aveva 14 anni, un uomo si avvicinò al sentiero per la fattoria, e la vide, e disse: «Sai chi sono io?» e lei disse: «No».

«Sono il tuo baba», disse, e subito dopo che questo suo padre si era ristabilito, andò da lui e gli disse: «Odio questi vestiti da donna e li odierò sempre. Per favore dammi una mucca e un po’ di terra e farò la mia vita di uomo.» Suo padre cedette, e Hajdari fece il suo voto di castità verginale e cominciò a vivere come un lui, e anche come gli pareva.

Mentre Hajdari parlava, le sue due pronipoti guardavano con un’aria adorante. Avevano sui 14 anni e si presentavano come ragazzine bambini moderni, tranne i dispositivi portatili. Era come se fossero loro raccontata una fiaba, e sedevano rapite. Questa loro prozia era vivace ed energico e più che solo una zia. Di fatto, la chiamavano zio. Ridevano quando lui-lei diceva qualcosa di divertente. Corsero per servire il tè e i biscotti.

In Albania, dicono che ogni uomo ha due infanzie, la prima e poi, con la vecchiaia, la seconda. C’era qualcosa di infantile e dolce e saggio in Hajdari, ma c’era anche una durezza di fondo, perché aveva vissuto una vita vera. Suo fratello era morto improvvisamente a 32 anni, e Hajdari aveva aiutato sua cognata a crescere cinque figli. Per sostenerli, aveva aperto un negozio in città, e aveva lavorato. Anche questa era la responsabilità del burrnesha, e Hajdari se l’era assunta tutta con un senso di urgenza. Quando a suo nipote venne sparato tra le montagne cinque anni fa, apparentemente come parte di una faida di sangue, aiutò anche a seppellirlo.

Era quella durezza Hajdari che più mi attirava, quella bambina di 6 anni sotto il letto, quella volontà di trovare esattamente chi eri laggiù, ad ogni costo. Sia che la vostra famiglia o villaggio o l’Albania in generale fosse disposta o noad accettare questo, il Kanun, in nome dell’eredità patrilineare, aveva involontariamente creato una scappatoia per te, e nel processo aveva elevato questa idea radicale: che una donna potrebbe trovare completamento, se solo fosse travestita da uomo. Forse era un mandato confusionale per alcuni, abitare pienamente la virilità pur rimanendo vergine. Anche i/le burrneshas stessi sembravano confus* volte. Se spogliat* di ogni costrutto sociale e divieto sessuale, avrebbero vissuto come lui o lei o qualche versione sfumata di entrambi? Questi erano i tipi di domande che non potrebbero mai essere fatte senza un rapido calcio negli stinchi da parte di Haki. Era più facile lasciare che il Kanun facesse strada.

«Nemmeno la tomba ti terrà se sei un burrnesha» diceva un altro proverbio albanese. Eppure qui c’era Hajdari, circondato da familiari, vicini di casa, animali. Si svegliava ogni mattina il padrone del suo destino, e se voleva, indossava pantaloni con una striscia da corsa in pelliccia e un orologio da polso tempestato di diamanti finti. Non c’era più nulla da dimostrare. Aveva avuto ragione, tutti quegli anni fa, sotto quel letto. Nonostante il Dio di sua madre. Un giorno la sua tomba sarebbe stata addobbato di fiori, messi lì dalle pronipoti che tanto lo adoravano.

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Haki, un agricoltore e apicoltore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla ricerca di altr* burrnesha, io e Ermal ci fiondiamo per le strade verso posto dall’alto tasso di uccisioni chiamato Scutari, un epicentro per queste faide sanguinose. Mi sono chiesto ad alta voce se fosse la libido, cioè l’avere troppe palle, ad aver scatenato l’epidemia di violenza qui. Forse una certa morbidezza era esattamente quello di cui l’Albania aveva bisogno, dal momento che ognuno, a quanto pareva, era stato toccato da un omicidio. Anche Ermal aveva un amico, un pastore, che era stato ucciso due anni prima. No, un uomo del clero era un obiettivo come chiunque altro. Solo un* burrnesha sembrava al sicuro qui.

Mentre guidavamo, Ermal aveva ripreso a pontificare di nuovo. Questa volta era l’America ad essere morbida. Anche se lui, come la maggior parte albanesi, amava tutte ciò che era americano, si chiedeva perché Obama avesse chiesto scusa per aver spiare Germania, quando lo faceva anche ogni altro paese. È stata una vergogna. George W. Bush non avrebbe mai chiesto scusa. In secondo luogo, perché siamo sgattaiolando fuori dall’Afghanistan dopo averlo fatto nostro business per una decina di anni? Avevamo capito che messaggio veniva inviato al mondo? Che eravamo deboli. E poi la storia avrebbe mostrato che i talebani avevano sconfitto i grandi Stati Uniti, che il nostro impero era morto nella polvere lunare di quest’altro paese. L’America stessa aveva confuso la propria identità o assunto una nuovo, ha detto.

«Così ora siamo burrnesha» ho detto.

«Forse», ha detto Ermal.

«E sarebbe così brutto?» ho chiesto, ma Ermal non ha risposto.

In un bar appena fuori città, abbiamo incontrato una vergine giurata di nome Lule. Nelle vicinanze, un ragazzo ha aperto una bottiglia di birra con i denti. Non era ancora mezzogiorno.

«È una vita buona» ha detto Lule «ma molto solitaria per la burrnesha.» Era la paura di ogni padre albanese per la propria figlia, che sarebbe finita da sola.

Sulla tarda cinquantina, Lule era vestita con pantaloni di cotone leggeri e un gile da safari, indossando occhiali da sole avvolgenti in stile Bono. Trasmetteva un pathos, in parte causato da alcuni gravi problemi di salute che l’avevano limitato negli ultimi anni, ma raccontava una storia familiare: il desiderio di vestirsi come un ragazzo, l’eventuale approvazione del padre. Lule era diventata un meccanico, e si era gustato quei giorni passati trascorsi a riparare trattori, automobili, soprattutto camion. Adorava lavorare sui camion.

Siamo andati a pranzo nel centro di Scutari, e mentre Lule e Ermal camminavano lungo il viale pedonale, io ho notato alcuni passanti che reagivano a scoppio ritardato, soprattutto adolescenti, cercando di collocare esattamente ciò che stavano vedendo: un massiccio uomo di venticinque anni a passeggio con massiccio qualcosa di venticinque anni, Era difficile da dire. Cosa che li faceva gawk rimanere ancora di più a bocca aperta. «Tutti guardano sempre la burrnesha» ha detto Hajdari.

Siamo andati in un ristorante chiamato San Francisco, che passava quei romantici cantanti melodici anni ’50 alla radio, dipinti del Golden Gate Bridge alla parete. Lule ha ordinato una bistecca, e quando è arrivatao, ha preso la saliera, rimosso la parte superiore, e scaricato una piccola montagna bianca sulla carne. Il cameriere è tornato a chiederci come era il pasto, e c’era tutto in quel breve scambio: curiosità, sdegno, confusione. Più tardi, Ermal mi disse che quando avevo chiesto di questa sua vita, della natura di tale isolamento, Lule aveva pianto dietro quegli occhiali che non si toglieva mai. Questa era una cosa che un uomo non sarebbe mai stato sorpreso a fare qui. E una cosa, tra le altre, ne sono sicuro, che non avevo notato affatto, nella suo dissimulazione.

· · ·

Lule, un meccanico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era in quel momento, con solo un paio di giorni rimasti in Albania, che qualcosa iniziò a venirmi in: le/i burrneshas, ​​che avevano una sorta di beata solitudine in quelle fotografie che avevo visto, che ho pensato che potrebbe contenere qualche segreto in merito a come trovarsi pienamente nel mondo, erano meno mistich* che uman*. Potevano descrivere dettagli o eventi formativi, ma non erano esattamente progenit* di un movimento. Per la maggior parte, erano una tribù perduta, vivendo remotamente. Avevano un’istruzione limitata. Eseguivano lavori umili. Ma ciò in cui credevano era la purezza. E quello che avevano sommerso alla fine per raggiungerla non era il loro genere, ma il loro desiderio. Il senso dell’essere burrnesha era meno essere un uomo, o riproporsi come un uomo, quanto ripulirsi a fondo. Assolvendo e dissolvendo, fino a raggiungere una nuova fisicità, una che era, in qualche potente modo, quasi senza genere. Si trattava proprio di trascendenza.

Che è ciò che rese sempre più a scomodo andare a bussare alle porte. Mi sentivo come una persona avida di desiderio, un voyeur. Quando siamo arrivati da Mark, che viveva in una città fuori della capitale, siamo stati accolti da uno sguardo d’acciaio. Gestiva un piccolo negozio di generi alimentari su un vicolo. Era perfino più basso di Haki, ma tarchiato. Sapeva perché eravamo venuti, ha detto, e ci ha chiesto andarcene. Di nuovo la questione lesbica. E poi ne aveva avuto abbastanza. Per quasi tutti i suoi 80 anni, aveva vissuto come un uomo, e nessuno l’aveva mai saputo. Poi un membro della sua famiglia l’aveva rivelato, e in un istante tutto cambiò. Quelli in città lo consideravano diversamente; estranei intrusivi come noi facevano visita. Ha indicato dipinti sul muro, di Gesù sulla Croce, della Vergine Maria. Questo è quello che sono, ha detto. Un uomo di fede. Arrivederci.

Cosa che ha lasciato un’ultima tappa, questa volta a Tirana. Vestito con un abito nero, indossando un berretto nero, Shkurtan si muoveva lentamente, camminando con un bastone. Aveva 83 anni, e quando ci ha avvicinato per strada all’inizio, era veramente solo un altro vecchio della città, uno amichevole.

Casualmente, Shkurtan era del paesino di Haki nel nord. Era stato segretario dell’organizzazione del Partito Comunista dell’organizzazione del paese lì, durante la dittature quarantennale di Enver Hoxha. Dopo una vita in quella valle magica, si era trasferito nella capitale un paio di anni fa, per essere curato dalla famiglia. Ci siamo seduti in un bar su una trafficata strada della città. Davanti a un caffè, ha detto che era nato come un gemello, due ragazze per cominciare, se stesso e Sosa, che in seguito avrebbero avuto sette figli suoi, ed era morta undici anni fa. (Dei suoi cinque fratelli e sorelle, tre erano morti ormai.) Da neonate, lui e Sosa si nutrivano dal seno della madre, una per uno, ha detto ridendo, fino a quando perse interesse e Sosa ottenne il doppio del latte. Crescendo, poteva ricordare di svegliarsi presto ogni giorno, di lavorare la terra: fieno per le mucche; cetrioli, cipolle, rucola e pomodori così grande e succosi che li chiamavano “cuore del toro.”

Shkurtan aveva grandi orecchie, piccoli piedi, un naso prominente e gli occhi cisposi. La punta del suo dito medio era sparita, persa quando la sua mano venne legata in una corda che era attaccata a un vitello in fuga. La sua vita adesso consisteva per lo più costituita in dormire e guardare la TV, mangiare “yogurt, formaggio e verdure.” E sognare. Ha detto che sognava ogni notte di essere tornato nel villaggio con Haki. «Vedo la mia famiglia» Shkurtan ha detto. «Vedo i matrimoni, e vedo funerali, tutti i tempi passati del paese. Nei miei sogni, sto organizzando la gente per lavorare. Mi amano e mi rispettano di nuovo».

E poi si sveglia in questa vita cittadina, nell’assenza di forma di questi giorni. Secondo Shkurtan, gli anziani dicono che il paese finì nel 1990, quando i comunisti persero il potere. Una volta organizzava una cinquantina di lavoratori, 300 persone. «Haki era il più correto» ha detto, e un fantastico lavoratore, ma era un nemico dello stato comunista. Shkurtan aveva reso la vita di Haki dura per molti anni, ma erano ancora buoni amici, ora più che mai. Il telefono ha squillata, e infatti c’era Haki dall’altra parte.

Shkurtan ha sorriso, le rughe che si raggruppavano fino a quando non appariva di nuovo giovane.

«È così bello sentire la tua voce» ha detto. Dal telefono è venuto un crepitio da lontano, indistinguibile.

«Come stai?» Shkurtan ha chiesto.

«Avete il cibo in casa?»

«Come sta il vitello?»

«E la famiglia della faida?» «Di’ loro di mettersi al riparo, perché non si sa mai.»

«Sei solo, Haki? Io sono solo»

«Non sentirti solo, va bene?»

Quando ha riattaccato il telefono, sembrava esausto. Si allungò verso il suo espresso, tremante. Era quasi ora per un pisolino. Ieri aveva passato tutto il giorno a letto, malato, pensando a Sosa. Non sarebbe mai tornato alla valle, lo sapeva. La strada era troppo difficile.

«Questi sono gli ultimi giorni per un burrneshas» ha detto, come un dato di fatto più che un sentimento. «E allora chi sarà rimasto a cui guardare fino a?»

· · ·

A dodici anni, Lume chiese a Dio e suo padre di farle prestare il giuramento da burrnesha.

 Dallo scuotimento della testa per sì e no, che significa no e sì, non avevo ancora alcuna idea di cosa Ermal (o il suo Dio) pensasse di quello che avevamo visto. Ma, mentre mi ha guidava di nuovo in albergo per l’ultima a Tirana, mi ha detto qualcosa che probabilmente aveva aspettato di dire per un po’. Per quanto riguarda i/le burrnesha, ​​no, non era giusto esistere in questa zona di mezzo; tutti dovrebbero vivere come il loro sesso, e non in questa sorta di confusione e solitudine. Era felice che i/le burrneshas fossero in via di estinzione, felice per le/i burrneshas stessi soprattutto.

Mentre Ermal parlava, i lampioni scivolavano alle alle finestre bagnate, e la notte aldilà era molto nero e senza stelle. I/le burrneshas dormivano: Haki nella sua valle; Lume sulla cima della sua montagna; Hajdari sulla pianura; Lule, nella sua solitudine; Mark, nella rabbia; e Shkurtan, sognando di pomodori dal cuore grande. Mi sono ricordato di qualcosa che Hajdari aveva detto quando avevo chiesto perché, se il Kanun faceva una concessione per le vergini giurate a vivere come uomini, non faceva la stessa per gli uomini a vivere come donne. Era, per lui-lei, una domanda ovvia e molto stupida. «Se un ragazzo si veste e si comporta come una ragazza, sarebbe umiliante», aveva detto Hajdari. «Si merita un bel pestaggio».

Per un(*) burrnesha, si trattava di un giuramento, di promettere di trovare un posto e uno scopo nella propria famiglia, e nella naziona, che non vi aveva offerto nessun posto.

Avevo pensato Ermal l’avrebbe pensata in modo diverso, dopo tutto quello che avevamo visto. Era così socievole, e si era mostrato così a suo agio con i/le burrnesha. Avvolgeva un braccio intorno i più grandi, ed era molto rispettoso in loro presenza. Per un uomo che credeva con tanto fervore nella purezza del suo Dio, e di quel mondo spirituale, ho pensato che sarebbe pronto a riconoscere l’Ultraterreno davanti ai nostri occhi, a consentire che ci potrebbero essere cose di confusione e stupore su questa strada butterata, in questo paese selvaggio, e lasciarle essere.

· · ·

Un’ultima volta nel giardino di Haki, fumava e sobbolliva. Mi ha detto che era sopravvissuto a qualche tempo molto duro. Ma aveva sempre avuto la casa, la stalla, il giardino. Aveva sempre avuto il pozzo, e l’acqua fresca in esso. E aveva una relativa pace. Poiché i vicini di casa erano in una faida di sangue, metà di loro era fuggita in Francia, eppure Haki era in regola con il mondo. Era ancora a carico della pulizia della moschea, di accendere le candele lì. Si prendeva cura delle sue api e del piccolo frutteto.

Tutto ciò valeva la pena dell’isolamento e della solitudine che si insinuavano in inverno, quando ti trovavi nell’inverno della tua vita. «L’unica cosa che temo» ha dichiarato Haki, «è la neve». E sarebbe arrivata presto. Due inverni precedenti avevano portato una tormenta di neve, lasciando cumuli sopra la casa. Il pozzo si congelò. Corpi di anziani si ammucchiavano sulla strada, e gli elicotteri li portavano via. Nel frattempo, la porta d’ingresso di Haki era stata bloccata da un muro di neve, e lui si fece prendere un po’ dal panico, provando a scavare a mani nude. Sapeva che la mucca aveva bisogno di essere nutrita. Questo era tutto quello a cui riusciva a pensare: devo nutrire la mucca. Gli ci vollero diverse ore per lui perscavare, e arrampicarsi e raggiunse il tetto del fienile esausto, le dita congelate, e cominciò a scavare, quando improvvisamente scivolò e cadde tre metri, atterrando sulla schiena in una piccola gola del panorama nevoso in costante mutamento. Rimase lì a lungo, accettendo che forse adesso era davvero la sua ora di morire. La neve cadde giù, coprendolo. Chiuse gli occhi.

Un’ora dopo, si svegliò alle stelle, mosse il braccio, una gamba, l’altro braccio, poi la gamba. Si appoggiò sui gomiti e lentamente riacquistò i suoi piedi. Si spolverò la neve di dosso. Finalmente riuscì ad entrare nel granaio. Nutrì la mucca, e ritornò di nuovo in casa in un tunnel. Una volta lì, si avvolse in coperte e andò a letto per un paio di giorni fino a quando i soccorritori si presentarono. La sua famiglia chiamò, esortandolo ad andarsene, ma lui rifiutò. Nemmeno per sogno avrebbe lasciato dietro quella maledetta mucca.

«Ma è solo una mucca» disse un familiare.

«Non abbandono la mucca» dichiarò Haki ostinatamente, e sapevano che era meglio non discutere. Ricordandosene ora, Haki ha inalato e soffiato fuori una nuvola di fumo, gli occhi scintillanti di nuovo sulla la casa e il fienile, fino ai mullaret, o covoni di fieno a forma di cono, nel campo, dorati nella luce.

«Ho bisogno di fare manutenzioni» ha detto. «Ho bisogno di proteggere ciò che ho».

E con questo, ha detto, «Penso che abbiamo finito», tranquillamente ma con enfasi, come se davvero avessimo, e ha condotto Ermal e me al cancello e alla strada, assicurandosi che eravamo nella macchina e sulla buona strada prima di voltarsi e tornare dentro, per tutta la libertà che lei avrebbe altrimenti perso, se non fosse appartenuto a lui.

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