Più che Parole: Omofobia – L’AP sradica la parola “omofobia”

Articolo Originale di Cara – Autostraddle

Rory Midhani

Rory Midhani

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Il manuale di stile dell’AP (Associate Press Stylebook)EN è una bibba di grammatica, stile, e utilizzo delle parole per le agenzie di stampa, e chi vuole scrivere come agenzie di stampa. La gente generalmente lo apre se si dimentica cos’è la virgola seriale o qual è il plurale di autobus. Il manuale ha recentemente fatto girare teste al di fuori del suo solito campo perché i suoi redattori hanno annunciato che non ammetton più l’uso del suffisso “-fobia”EN in “contesti politici e sociali.” Questo significa i giornalisti che lavorano per l’AP, o una qualsiasi delle molte altre pubblicazioni che utilizzano il manuale di stile, dovrà trovare altri modi per descrivere ciò che è stato tradizionalmente conosciuto come islamofobia, o xenofobia o (e più direttamente pertinenti ai nostri interessi particolari) omofobia. “Omofobia” è stato a lungo un termine controverso, e l’annuncio dell’AP offre una buona opportunità per prendere in considerazione la sua continua rilevanza o mancanza di essa. Molti esperti hanno già colto questa opportunità, e ora è il turno di Autostraddle di stare sulle loro spalle. Benvenuti ad un’esaustiva analisi di “omofobia” che non menziona Fred Phelps nemmeno una volta!

Se abbiamo intenzione di cimentarci con il futuro di questo termine, dobbiamo prima rivisitare il suo passato. A metà degli anni 1960 a Manhattan, uno studente di psicoterapia di nome George Weinberg aveva problemi a riconciliare ciò che vedeva nella sua vita quotidiana con quello sentiva in aula. Come alleato impegnato e parte attiva del fiorente movimento omofilo, Weinberg passava un sacco di tempo presso i picchetti della Mattachine Society  con i suoi amici gay, che godevano di una vita sana e produttiva con le loro cortecce intatte. Ma come dottorando alla Columbia University, ascoltatava i suoi professori e compagni negare questa possibilità, dando la colpa di tutti i problemi dei loro pazienti gay alla parte gay, prescrivendo terapie elettroshock come cura, e assumendo ciò che Weinberg descrive come un approccio “vattene-via-da–sto-chiudendo-gli-occhi-io-non-voglio-sentirne-parlare” nei confronti di tutte le persone gay che incontravano in un ambiente non clinico, e quindi non stavano attivamente cercando di “aggiustare”. (Come un ofidiofobo nei pressi di un serpente, disse, se colpendolo si potesse trasformare un serpente in un laccio da scarpa). Weinberg osservò questi schemi di pensiero e reazioni viscerali e “stimolato da. . . forse un po’ di rabbia “, diede loro un nome – omofobiaEN .Entro il 1967 stava usando il termine durante discussioni accademiche, definendolo formalmente come “una paura degli omosessuali che sembra essere associata con una paura del contagio, la paura di ridurre le cose per cui sì è combattuto: casa e famigliaEN

Nel 1969, la parola apparve per la prima volta sulla carta stampata, quando gli amici di Weinberg Jack Nichols e Lige Clarke l’infilarono nella loro rubrica per il tabloid di tendenza ScrewEN (quello stesso anno, il TIME lo utilizzà in una storia da copertina abbastanza azzardata riguardo “L’omosessuale in AmericaEN Weinberg convinso un collega più giovane, KT Smith, a redigere il primo studio scientifico sull’omofobia per la sua tesi di laurea specialisticaEN, che venne pubblicata nel 1971; Smith trovò che le persone omofobe erano generalmente “consapevoli dello status, autoritare, e sessualmente rigide.” Nel 1972, Weinberg pubblicò La società e l’Omosessuale SanoEN, che arricchisce la sua definizione di e teorie riguardo l’omofobia e spiega il motivo per cui, piuttosto che la cosa che teme, essa è il vero male sociale. Le persone sia all’interno che all’esterno della comunità LGBT afferrarono la parola quasi all’istante; come scrive lo psicologo Gregory Herek, il termine “cristallizzò le esperienze di rifiuto, ostilità, e invisibilità che uomini e donne omosessuali. . . avevano sperimentato per tutta la loro vita. “  L’anno successivo, grazie in parte alle pressioni esercitate da Weinberg, l’American Psychiatric Association (Associazione degli psichiatri americani) rimosse l’omosessualità dal suo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi MentaliEN. Essere gay non era, dal punto di vista medico, più una patologia; essere anti-gay, dal punto di vista culturale e linguistico, improvvisamente lo fu. Funzionò come un sogno – i sostenitori dei diritti gay ebbero improvvisamente un modo per descrivere i loro avversari, e questi avversari erano sconcertati e colti alla sprovvista. L’ex deputato William Dannemeyer, che ha scritto un libro che attacca il movimento dei diritti gayEN , attribuisce alla parola, insieme a “gay”, il merito di aver fatto “pendere la bilancia, forse irreversibilmente, in favore degli omosessuali.” Cambiando la lingua, Weinberg ha cambiato la conversazione, e anche se abbiamo ancora una lunga strada da fare, sembrava per un po’ che i ruoli dei dialoganti fossero stati fissati.

La situazione è capovolta

Ma mentre il nuovo anno si avvicina, così fa anche il manuale di stile dell’AP 2013, con il potenziale di cambiare le carte in tavola. La decisione dei redattori nasce da un desiderio di essere più equi e specifici. “Una fobia è un termine psichiatrico o medico per un grave disturbo medico”, spiega il Vice Redattore Standard dell’AP Dave MinthornEN.“[Usare la parola] omofobia. . . è attribuire a qualcuno una disabilità mentale , e suggerisce una conoscenza che non abbiamo. Invece, useremo qualcosa di più neutrale – anti-gay, o qualcosa del genere. . . vogliamo essere precisi e accurati e neutrali nel nostro fraseggio. “ Un trafiletto chiedi-al-redattore sul sito APEN fa seguito: “Le ragioni di sentimenti o azioni anti-gay possono non essere evidenti. I dettagli sono meglio che vaghe caratterizzazioni dei sentimenti generali di una persona riguardo a qualcosa. “

Sia che sieta d’accordo o meno con la decisione della AP, ha alcuni precedenti innegabilmente interessanti. L’insoddisfazione per la parola “omofobia” è tanto vecchia quanto il termine stesso, e è diffusa in diversi campi. Alcune personeENsono infastidite perché la parola non è trasparente semanticamente.  Se la si disgrega e la si definisce partendo dalle sue radici greche, “omofobia” in realtà significa “paura dello stesso.” Se invece, come alcuni hanno sostenuto era voluto, si considera il prefisso “omo” come abbreviazione di “omosessuale”, si include un insulto peggiorativo in una parola intesa per indicare le persone che, per esempio, usano insulti, quindi neanche quella lettura ha realmente senso.  Questo è problematico per coloro che ritengono la mancanza di precisione un grave peccato linguisticoEN.  Altre obiezioni vengono dalle stesse persone tradizionalmente descritte come omofobe, che sostengono che l’inclinazione medica del termine non è solo sbagliata ma ipocrita e dannosa. Nel loro documento “Omofobia: questioni di concetto, di definizione e di valoreEN, gli psicologi William O’Donohue e Christine E. Caselles attestano che l’utilizzo di un linguaggio clinico per stigmatizzare “certe posizioni morali aperte e discutibili” è altrettanto sbagliato quanto la costruzione dell’omosessualità come una malattia . Alcuni attivisti per i diritti gay pensano che questa discussine è tanto forte da distogliere l’attenzione da questioni più importanti. Zach Ford a ThinkProgress sostieneEN che, anche se il termine è stato efficace nel passato, “l’intensità della parola potrebbe aver portato alla sua propria rovina”, dato che l’argomentazione “non è una malattia” ha consentito a gruppi anti-gay, come l’Organizzazione Nazionale per il matrimonioEN di eludere il fanatismo associato alla parola concentrandosi sul significato tecnico suggerisce. Altri, come Herek, temono che il termine propaghi involontariamente pregiudizi nei confronti delle persone malate di mente “confondendo una psicopatologia con la cattiveriaEN“, e che la colpa che attribuisce ai singoli oscuri la necessità di un’analisi delle culture che aiutano a formare gli atteggiamenti e le credenze di quegli individui .

[Odio la parola omofobia. Non è una fobia. Non sei spaventato. Sei un coglione.] Nel Frattempo, Morgan Freeman pensa che la parola non sia abbastanza peggiorativa

Tutti buoni motivi, ma ammontano ad un caso reale per mandare in pensione la parola a titolo definitivo? La maggior parte delle inchieste che ho letto sulla storia non la pensano così (e dato che i giornalisti sono quelli che saranno più direttamente interessati dalla decisione, sono incline a dare alle loro opinioni particolare peso). L’editorialista di Language Ben Zimmer non è d’accordo con l’accusa patologizzante della parolaEN, spiegando che molte cosiddette fobie, soprattutto quelle sociali, non vengono riconosciute in ambito medico, e che per la maggior parte degli anglofoni, il suffisso denota solo un pregiudizio irrazionale.  Altri sostengono che, clinicamente testato o no, il pregiudizio anti-gay costituisce una vera e propria fobia. Nathaniel Frank, di Slate Magazine, monta un caso per quell’opinioneEN usando prove neuroscientifiche, sostenendo che l’omofobia ha radici in una paura biologica degli estranei. Ora che “i sostenitori anti-gay stanno facendo affermazioni verificabili su minacce specifiche”, dice – il matrimonio gay mina il matrimonio eterosessuale, due mamme non possono sollevare correttamente un bambino, ecc – e tali affermazioni sono costantemente smentite, questa paura è ufficialmente irrazionale, e quindi fobica. Patrick Strudwick del Guardian sostiene la stessa tesi, ma cita esperienza personaleEN:

“Ho passato 30 anni comprendendo l’omofobia. Quando puoi sentirne il fiato sul tuo viso, sputandoti, minacciandoti, perseguitandoti e maltrattandoti, si tende ad essere un po’ più abili nell’analizzare le sue motivazioni rispetto, per esempio, al poliziotto che arranca con il suo taccuino. Detto questo, posso riferire con una certezza d cui raramente godono le giornaliste etero che essere anti-gay è, senza eccezione, almeno in parte alimentato da paura. Paura dell’ignoto, paura di attenzioni sessuali indesiderate, paura di ruoli di genere trasgrediti, paura che l’umanità venga spazzata via dal diffuso sesso anale, paura di un’epidemia di omosessuali xhe smantellino il matrimonio, la famiglia, la chiesa e qualsiasi altra istituzione tenuta vagamente a cuore. E, naturalmente, non dimenticatevene mai: la paura di ciò che si nasconde represso e incompreso nell’omofobo. Paura irrazionale. È una fobia, gente.”

Weinberg certo non vuole l’AP bocci la sua parola, definendola “conquistata con troppa fatica”EN e preoccupandosi che rimuoverla gradualmente senza un’adeguata sostituzione causerà un diffuso silenziamento. Neanche The Advocate o il San Diego Gay and Lesbian News vogliono lasciare andare la parola sia — entrambi hanno chiaramente manifestato la propria intenzione di rompere con la il manuale di stile su questo “finché falsità, menzogne, odio, pregiudizi, discriminazione e propaganda saranno utilizzati da attivisti anti-gay per demonizzare la comunità LGBTEN “.  Quindi, in pratica: getteremo le nostre armi quando l’altro lato getterà le loro.

Nessun/a bambino/a nasce omofobico/a

Questo è un sacco condensato in otto lettere, e penso che il vero problema, alla fine, è che una parola non è abbastanza per contenere tutto. Il fatto che la stessa parola può essere usata per descrivere il disagio di mia madre quando mi tenevo per mano con la mia prima ragazza e un primo ministro ugandese che vuole legiferare l’assassinio dei suoi stessi cittadini è preoccupante. Forse abbiamo bisogno di parole che riconoscono comunque la scorrettezza l’atteggiamento o azione, ma che lascino anche spazio a diversi livelli di intenzione dannosa. Forse allora tante conversazioni necessarie e meritevoli non verrebbero fermate da un breve “non chiamarmi così”, e trasformate improvvisamente in discussioni su ciò che qualcuno è o non è, piuttosto che quello che hanno fatto e da dove potrebbe aver avuto origine. “Omofobia” è una parola forte, e questa forza è di valore quando è usata per descrivere, per esempio, come ci si sente ad essere temuti,oppure persone, organizzazioni ed azioni palesemente vendicative o di cattivo spirito. Ma, come ogni singolo ammasso di lettere, le manca la sottigliezza necessaria per affrontare un problema che assume sempre più forme. Questa mancanza di sottigliezza può offuscare, distrarre, e nuocere.

Tuttavia, il vuoto risultante se si rimuove del tutto la parola è completamente dannoso. I redattori AP hanno attirato l’attenzione su un degno problema, ma cercando di risolverlo per sottrazione, negano la sua complessità, e nel processo rinunciano alla specie di creativa sfida linguistica che dovrebbero abbracciare. Dacci più parole, non meno, Manuale di Stile dell’AP! Più parole, perché un nemico invisibile è la cosa più spaventosa di tutte.

 

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